Alla ricerca di una traccia

Rileggere Napoli e le sue schizofrenie degli ultimi due secoli significa voler comprendere quanto è stato conservato e quanto dilapidato di quell'inesauribile patrimonio accumulato in un'epoca irripetibile. Filangieri e Genovesi, Galiani e Vico, Pimmentel e Cuoco, furono centro del mondo, luminose stelle polari di tutte le democrazie del pianeta. A Napoli, più che in Francia, la ragione si mise al servizio non già di astratte e velleitarie creazioni di sistemi filosofici, ma fu prassi, esercizio di cittadinanza dove giustizia e diritto, passione e politica, scienza e progresso non presero la forma di un astratto esercizio di stile, ma furono realizzazione di ciò che il resto del mondo aveva vissuto come mito e non come mondo possibile. Se fosse possibile eliminare un sostantivo dal dizionario, Napoli dovrebbe cancellare la parola "astrazione". In nome della lotta all'astrazione, vista come inguaribile malattia dello spirito, tutto trovò e trova diritto di cittadinanza. La famigerata concretezza, giustificazionista e tollerante ad ogni nefandezza, negli ultimi due secoli ha cancellato e cancella ogni ricorso al buon senso, rigettando la città ad acclamare il Masaniello di turno per redimere la barbarie resa abitudine, la sopraffazione e l'arroganza di tutti i poteri, primo fra i quali quello della malavita, come endemico humus costitutivo, da arginare nella consapevolezza che terapia efficace è ancora attesa dalle miriadi di laboratori alla ricerca di antidoti efficaci. Quante le definizioni di Napoli negli ultimi due secoli. Tra grecità e spazzatura, tra ragione e camorra, tra opificio e degrado.
Forse risulta più facile del previsto indugiare su ciò che vive e ciò che muore. Attraverso la voce dei cantori di una città già agli inizi dell'Ottocento allo stremo, colpita forse a morte da quel dolce canto rivoluzionario, copsmopolita e femminile che fu la rivoluzione partenopea. La più romantica delle rivoluzioni illuministe. La cultura cittadina oggi, come allora, esprime se stessa in una miriade di esperienze inconciliabili. A noi piace guardare gli estremi, quelli che anche ingenuamente spazzano la palude dei salotti eruditi, o fintamente tali, fiere del nulla. Tanti gli autori passati in rassegna, qualche omissione temporanea, e qualche silenzio volontario. Tra tutti in una personale classifica di affetto e spessore, dove per chi scrive la lettura è non già guida per comprendere il passato ma sferzata per vivere il presente e fondare il futuro, Libero Bovio, Viviani e il giovane Ruccello, Enzo Striano e la delicata Ortese. E Napoli civile e letteraria testimonia che da un punto, o da dieci punti comuni, bisognerà pure partire per spazzar via due secoli e più di ipocrisia e di lenta eutanasia.