Annamaria Ortese: Il mare non bagna Napoli

Napoli offesa e permalosa, dovrà pure interrogarsi oltre che difendersi.
Vedere nemici ovunque è vittimismo, ma rifiutare frettolose etichette ed insorgere a spettacolari pamphlet sociologici e mediatici non è testardo orgoglio ma affermazione di dignità, onesta ricomposizione della realtà.
Il travaglio di una città sospesa tra fasti e nefandezze è ormai cronaca illustrata con foto a tinte fosche dove l'azzurro del mare è agitato dal caos ed è macchiato dal sangue.
Non avranno bisogno della scorta come Saviano, l'autore di Gomorra, gli aristocratici opinionisti che da lidi lontani pontificano sulle miserie e sul degrado di Napoli, dando un'unica prospettiva: il nulla. Quando l'invettiva, arte nobile della retorica, non ha prospettive diviene livore, o peggio è strategia che carezza i germogli dell'amara pianta del razzismo.
Quando all'invettiva si sostituisce una riflessione dal di dentro, quando agli insulti intellettualistici sopraggiungono le disperate grida di dolore dei figli naturali o adottati di Napoli, o di coloro che in ogni caso guardano Napoli con affetto, quando in risposta all'odioso giornalismo stile anglosassone tronfio e analfabeta, parla la letteratura e l'arte, allora i mali di una città possono venire addirittura simbolizzati, artatamente esagerati e divengono il vero territorio di emozioni dove fatti e storie, fantasia e iperbole, hanno in sé i germi del cambiamento e perché no, della rinascita.
Quando nel 1951 fu pubblicato "Il mare non bagna Napoli" di Anna Maria Ortese fu scambiato per un'invettiva contro la città e contro i suoi figli, ma chi più si rizelò, sapeva benissimo che non di invettiva si trattava, ma di una sferzata di chi amava Napoli di un sentimento aspro e forte, severo e etico.
Anna Maria Ortese è stata una delle più grandi scrittrici del nostro secolo, e il suo legame con Napoli fu totalizzante e passionale, e segnò indelebilmente non solo la sua produzione artistica, ma la sua vita, le sue emozioni e il suo dolore.
A rileggere le esperienze giovanili degli scrittori napoletani e non che nel dopoguerra si riunirono attorno alla mitica rivista Sud, aleggia un sentimento di nostalgia e di tenerezza. L'amicizia, l'entusiasmo e l'utopia diedero vita a un cenacolo culturale in cerca di una strada di rinascita e di splendore in una realtà resa più arida di sempre dalle macerie della guerra.
Sud ebbe vita breve ma intensa. Dal 1945 al 1947, tra stenti e genialità, visse l'utopia di un progetto politico e culturale della durata di un sogno. Nei locali della Nunziatella, giovani di belle speranze di nome Pasquale Prunas, Domenico Rea, Luigi Compagnone, Antonio Ghirelli, Raffaele La Capria, progettavano un mitico disegno.
Anna Maria Ortese fece parte della combriccola di Sud, e intrecciò un rapporto profondissimo con quei giovani intellettuali, "le giacchette grigie di Monte di Dio", a cui sarà dato il destino di raccontare e rappresentare la città con prospettive diverse e contraddittorie, ma strettamente connaturate ai suoi umori. E con i compagni di questa indimenticabile avventura avvenne una dolorosa separazione, da questi fu respinta e allontanata, per questi vibrarono fino alla morte nel cuore dell'Ortese sentimenti di amore fraterno.
"Il mare non bagna Napoli" descrive in cinque racconti una Napoli da girone dantesco, infernale e derelitta, animalesca e primordiale, indifferente e morente. I primi quattro "Un paio di occhiali"
"Interno familiare" "L'oro a Forcella"
e "La città involontaria", sono di una surreale crudezza, in una Napoli così vissuta dall'autrice: "Una miseria senza forma, silenziosa come un ragno, disfaceva e rinnovava a modo suo quei miseri tessuti, invischiando sempre più gli strati minimi della plebe, che qui è regina".
E il racconto autobiografico conclusivo "Il sonno della ragione" è un attacco frontale ai suoi giovani amici, gli scrittori napoletani, un'accusa spietata di vacuo intellettualismo piccolo borghese, con tanto di nomi e cognomi.
I suoi fratelli indignati la ripudiarono, e lei li amò fino alla morte. Andò via da Napoli senza farvi più ritorno, ma la sua penna trasfigurante vi ritornò con il delicato e onirico " Il cardillo addolorato".
Molto di questa vicenda umana e culturale, dei rapporti tra la scrittrice e i giovani compagni di Sud, è ritornato in luce per merito della recente pubblicazione delle lettere scritte da Annamaria Ortese a Pasquale Prunas "Alla luce del Sud", a cura di Renata Prunas e Giuseppe Di Costanzo.
I riconoscimenti, la solitudine e la povertà, (solo la legge Bacchelli che va incontro agli artisti in vecchiaia e in povertà, le assicurò un sussidio per l'ultimo periodo della sua vita) segnarono la sua fragile esistenza. E il rimorso di aver tradito i suoi amici napoletani la spinse a spiegarsi quarant'anni dopo, in due passi, a prolusione e chiusa dell'edizione del 1994 de "Il mare non bagna Napoli", smentendo l'ipotesi di coloro che frettolosamente avevano definito l'opera "neorealista". "Erano molto veri il dolore e il male di Napoli, usciti in pezzi dalla guerra. Ma Napoli era città sterminata, godeva anche di infinite risorse nella sua grazia naturale, nel suo vivere pieno di radici. Io invece mancavo di radici, o stavo per perdere le ultime, e attribuii alla bellissima città questo spaesamento che era soprattutto mio. Questo orrore - che le attribuii - fu la mia debolezza". Scrive Raffaele La Capria. "E comunque pochi scrittori - questo è sicuro - hanno saputo raccontare Napoli come la Ortese. Il suo è uno sguardo da visionaria che la porta al di là del realismo apparente" .
La luminosa parabola artistica successiva all'intensa parentesi napoletana non diede ad Annamaria Ortese che povertà, il suo carattere schivo non le garantì onori, ma la sua opera rappresenta una delle testimonianze più incisive della letteratura del Novecento.
Un animo e una penna delicata, violenta e disperata, disegnano il ritratto trasfigurato di una città simbolo involontario del male di vivere, in attesa che il mare torni a bagnare la sue coste e il sole ad illuminare le sue terre.

Espresso napoletano, gennaio 2007