Annibale Ruccello. La rosa spezzata

 

Erano gli anni ottanta. Erano anni di fermento e di creatività. Un nuovo protagonismo giovanile erede di grandi e recenti avventure sociali e culturali in Europa e nel mondo si affermava con baldanza e spregiudicatezza intraprendendo strade nuove e sperimentali. E il teatro sembrava essere il luogo ideale per la realizzazione di nuovi percorsi, di contaminazioni tra linguaggi che si intrecciavano alla ricerca di una nuova comunicatività dell'arte.
Alcune esperienze estreme peccarono di eccesso di intellettualismo, ma contribuirono all'affermarsi di un'area nuova che dava vita ad un laboratorio permanente. E Napoli fu il centro, stella polare. La creatività di quegli anni sembra essere evaporata, anche se nei lavori di qualche suo testimone, permane freschezza e pregio intellettuale ed artistico. Enzo Moscato, Toni Servillo e per altri versi Mario Martone, nuova guardia partenopea da troppi anni, non generano epigoni, erano e sono la nuova Napoli, ma i loro illustri compagni di cordata non ci sono più e quella Napoli splendente perse prematuramente alcuni dei suoi figli più preziosi. Il geniale musicista Luciano Cilio a trentatré anni morì suicida all'apice della sua parabola creativa (si era nell'83), il drammaturgo Annibale Ruccello a trent'anni nell'86 trovò la morte in un incidente stradale, e una malattia ci tolse prematuramente Antonio Neiwiller nel 1993. E Napoli ricorda i suoi fiori spezzati? Troppo spesso solo nei cuori e nelle opere degli amici che li amarono.
Annibale Ruccello a vent'anni dalla sua morte vive di un successo postumo non commemorativo. Le sue opere sono presenti nei palinsesti di importanti stagioni teatrali, e il successo della sua opera più importante ‘Ferdinando', mediana nella produzione del drammaturgo partenopeo, ha contribuito ad un'operazione di ricerca e di rielaborazione della sua opera, dai lavori giovanili a quelli di una maturità relativa che il destino non ha consentito di compiersi in pieno.
Annibale Ruccello nasce a Castellamare di Stabia, terra di Viviani, ed al grande concittadino il giovane talento si ispirò. La passione per la ricerca antropologica in quegli anni in cui la rivisitazione della storia di un popolo e di una civiltà viveva nella ricerca di Roberto De Simone, furono il punto di partenza di Ruccello, ma la cifra folklorica e favolistica degli esordi presto lasciò spazio ad una riflessione sulla condizione umana ed esistenziale che avvicinarono la sua opera alle esperienze teatrali e letterarie di centro Europa, con una presenza forte ed esplicita di Napoli, della sua lingua, della sua specificità storica e antropologica. Scrivo Enrico Fiore: "Ruccello si dichiarava figlio di Viviani piuttosto che di Eduardo De Filippo. ... Annibale pose al centro del suo teatro quelle che lui stesso definiva figure ‘deportate', deportate, s'intende, dalla loro cultura originaria e vera; ed è, per l'appunto, la stessa scelta di campo che fece don Raffaele, sempre e comunque rintracciando i propri personaggi tra quelli che oggi si chiamerebbero diversi, esclusi".
L'opera che proiettò Annibale Ruccello ad una dimensione di drammaturgo potente e sofisticato fu scritta nel 1980. Le cinque rose di Jennifer, atto unico dove al centro della narrazione vi è il pathos e la storia di un travestito che tra i sospiri di una sentimentalità indotta dai media (tema persistente nel teatro di Ruccello) scandita dalle note alla radio delle canzoni di Mina e di Patty Pravo, in un contesto corale di quartiere di emarginati, entra in un vorticoso e angosciante delirio: un folle maniaco si aggira nel quartiere e assassina "le aspiranti signorine" lasciando la macabra firma di cinque rose. I toni leggeri e drammatici travalicano la vicenda in sé e diventano icona di un degrado di sottocultura che non lascia scampo. Scrive Renato Palazzi "Allora, all'inizio degli anni Ottanta, fu quasi inevitabile leggere nelle minigonne di Jennifer, nel suo lindo appartamentino, penosamente piccolo-borghese nonostante la situazione di palese emarginazione, la metafora di una Napoli che cercava di sfuggire alla realtà semplicemente chiudendo gli occhi di fronte ad essa"
Le cinque rose di Jennifer, con le altre opere immediatamente successive, ‘Notturno di donna con ospiti' e ‘Week-end', entrambe del 1983 costituiscono quella trilogia che lo stesso Ruccello definì ‘teatro da camera'. Noir, pathos e dramma del degrado annebbiato dalla retorica dei falsi miti e sentimenti dell'invadente "cultura-sottocultura" alla moda sono i connotati di scene scandite come vere e proprie suite a più voci.
Il successo di ‘Ferdinando' è strettamente legato alle splendide interpretazioni di Isa Danieli che accompagnano l'opera dall'esordio alle recenti messe in scena. A vent'anni dalla morte di Annibale le parole di Isa Danieli esprimono con una commuovente semplicità il suo legame indissolubile con la protagonista Donna Clotilde. "Anniversari, si sa, grondano retorica. Se non fosse così forte la maniera di ‘appartenersi' tra il mio essere attrice ed un ‘fiore di carta' che mi fu donato da Annibale in un caldo pomeriggio di maggio di venti anni fa. Quel fiore era ‘Ferdinando' ".
Dramma ambientato nel Meridione all'epoca dei ‘Viceré' e del ‘Gattopardo', ovvero nell'epoca di trapasso tra il vecchio mondo e la nuova Italia (siamo alla vigilia della presa di Roma), ‘Ferdinando' è storia di intrighi e di passioni e regressioni primordiali in un ambiente chiuso in sé stesso ed incapace di interagire con il mondo.
Annibale Ruccello è stato un grande, ed ancor più grande si accingeva a diventare. La sua appartenenza a una Napoli che guarda avanti portando con sé la propria memoria e la sua testimonianza sulla violenza della sottocultura mediatica che mangia le anime dei disperati andrebbero se non altro ricordate, quando nei salotti benpensanti della cultura cittadina a qualcuno è venuto in mente di parlare di musica "neomelodica" come espressione dei sentimenti di un popolo.
Annibale avrebbe sorriso, e molti di noi con lui.

Espresso napoletano, aprile 2008