Carlo Bernari: la città operaia

Napoli eterno luogo di antinomie, ha vissuto e vive nella letteratura del Novecento con pagine contraddittorie, crude e melense, reali ed iperboliche, lancinanti e passionali..
Un puro esercizio fine a se stesso ha appassionato innamorati e denigratori di Napoli nella ricerca impossibile di una definizione dello spirito partenopeo, attingendo non solo dal folclore, ma anche dalla storia e dalla letteratura, e sorge il quesito se la realtà è rappresentazione compiacente del topos creato per questa città o viceversa i fiumi d'inchiostro sulla napoletanità "core e sentimento", "simm ‘e Napule paisà" sono la presuntuosa e compiaciuta "reductio ad unicum" di una città dai mille volti.
Un dato però sembra emergere da questo continuo gioco dell'affermare a tutti costi caratteristiche antropogenetiche: Napoli e i napoletani si crogiolano nel mostrarsi come gli altri li vogliono, e tanta arte, vera e presunta, ne amplifica, in modo sornione, caratterialità e cialtroneria, furbizia e sentimento, fino alle feroci rappresentazioni di una città cannibale e senza speranza.
Solo una ricomposizione un po' più attenta delle testimonianze artistiche e letterarie, per non parlare dei fasti filosofici che a Napoli dal Settecento in poi illuminarono e fondarono il pensiero moderno e contemporaneo, darebbe giustizia a tale approssimazione, a tanta protervia e tanto irritante autocompiacimento o autocommiserazione.
Il punto di partenza di una riflessione sulla Napoli dai mille volti raccontata dai suoi figli e figliastri sta nel quesito che Luigì Lamberti pone a introduzione del suo "900 napoletano". "Quante Napoli ci sono? Tante, forse troppe. Da quella nobilissima di Croce a quella drammatica di Viviani e De Filippo, da quella operaia di Bernari a quella plebea di Rea, da quella vesuviana di Prisco, a quella marina di La Capria, per finire addirittura a quella senza mare della Ortese. Da sempre questa città è osservata, sezionata, analizzata da scrittori ed intellettuali che la hanno percorsa, vissuta ed infine accettata o rifiutata". Non può esistere una Napoli ingabbiata in clichè generati dall'immaginario di chi trova alibi e giustificazione alle proprie nefandezze.
Napoli in questi anni difficili sta tra l'altro scontando il disagio derivato dallo smantellamento industriale degli anni settanta, forse troppo precocemente ritenuto ineluttabile, che ha contribuito ad un progressivo disorientamento sociale. Le pagine di Carlo Bernari e del suo capolavoro pubblicato nel 1934 "Tre operai" rappresentano, nel bene e nel male, uno dei tanti volti di una città che aveva ritrovato una sua identità, pur se arretrata e contraddittoria, fondata sulla coscienza del lavoro e foriera di quella cultura operaia che tanto avrebbero inciso sullo sviluppo sociale del nostro Paese fino agli anni Ottanta. "Il nostro nerofumo, quando si spande sui mesti bucati stesi tra balcone e balcone, non è più allegro del nerofumo che si posa sui tetti del suburbio di Lilla, di Anversa o di Berlino".
Carlo Bernari, pseudonimo di Carlo Bernard, nacque a Napoli nel 1909 da una famiglia di origine francese, ed alla cultura d'oltralpe fu sempre legato. L'incontro con i maggiori esponenti dell'avanguardia francese Bréton, Aragon, Eluard negli anni trenta caratterizzò fortemente la sua formazione letteraria e culturale.
In "Tre operai" è narrata la storia di Teodoro, Marco e Anna, nel periodo del "biennio rosso" degli anni venti, delle loro esperienze d'amore e di lavoro, dei loro problemi esistenziali, della loro maturazione ideologica, in una Napoli vissuta e raccontata non come tappa di un suggestivo grand tour, non con i suoi legami con fasti greci, romani e borbonici, ma come sofferente luogo dall'incerto sviluppo, dove industria e lotte operaie solo pallidamente, ma per questo con maggior sofferenza, vivono l'intensità, e se si vuole l'entusiasmo delle città industrializzate del nord.
"Tre operai" è un caposaldo della letteratura italiana e la critica letteraria ha ben individuato i vari filoni di lettura e di ricerca di un'opera al contempo anticipatrice del neorealismo e sperimentale nella prosa e nella narrazione, in sintonia con i più importanti romanzi europei e americani dell'epoca, con intuizioni che sintetizzano i fervori di un secolo caratterizzato da motivi decadenti e temi della cosiddetta letteratura industriale.
Scrive Emilio Pesce " Il fascino della originalità di Tre operai è nella presenza in esso di nuovi mezzi di comunicazione umana e letteraria: l'uomo moderno, scoperto da Pirandello e da Svevo come il protagonista di una realtà tragica, scissa e disorientatrice, si trova in Bernari davanti a fatti sociali nuovi, la fabbrica e la città, davanti alla miseria e alle esperienze d'amore soffocate e distrutte dall'incomprensione"
Gran parte dell'itinerario letterario di Bernari pone Napoli quale sfondo e spesso metafora degli affanni del dopoguerra, epoca tanto decisiva per il nostro paese.
I suoi romanzi Prologo alle tenebre (1947), Speranzella (1949), Vesuvio e pane (1952), Napoli guerra e pace (1945), Bibbia napoletana (1960) vedono Napoli come scenario, ne narrano gli umori e le aspirazioni, mettendoli in contatto con le più svariate vicende individuali di singole esistenze nell'ambito dei grandi temi letterari del tempo.
Napoli nella letteratura del novecento è spesso pretesto alle opere. E solo quando è involontaria protagonista esprime se stessa nella sua poliedrica dimensione. Non Napoli e i napoletani, o peggio la napoletanità, sono al centro della narrazione del Bernari, non la denunzia del suo degrado, o l'esaltazione del suo calore. Napoli diviene teatro di storie di uomini e dinamiche esistenziali e sociali, palcoscenico caleidoscopico che nella sua immensa complessità afferma linguaggi e visioni. Allora il volto della città, fino agli anni settanta, diventa il volto di tutto il meridione d'Italia. Napoli interpreta il divenire di una storia meridionale sviluppatasi e narrata quale contrappunto al disarmonico disvelarsi del ventesimo secolo, un secolo che ha trasformato in maniera così violentemente decisiva vite e concezioni del mondo ed ha prodotto i germi di un futuro indecifrabile.

Espresso napoletano, aprile 2007