Domenico Rea. La crudezza del vicolo


La seconda guerra mondiale fu una catastrofe. Anche la prima lo era stata. Non osiamo neanche immaginare un altro conflitto mondiale. Il dolore dei lutti e il senso di precarietà sotto le bombe, il richiamo agli istinti ancestrali di fame e sete, il ritorno a condizioni di vita che infrangono sovrastrutture culturali ed etiche, smascherano abiti millenari di pensiero e scienza, di progresso e sviluppo, riportando la "gente" a primordialità tribali. ‘A guerra è guerra.
E tutti i dopoguerra, di vinti e vincitori, sono una lenta resurrezione, una rinascita complessa e problematica, che a fatica ricostruisce le fila che determinano i cardini di ciò che con un giustificato orgoglio l'uomo chiama civiltà.
Si dirà che i napoletani sono sempre esagerati, ma nessuna città ha vissuto un dopoguerra come quello delle vie di Napoli. Gli alleati per la gente da liberatori divengono usurpatori, e da usurpatori polli da spennare, arance da spremere. Le ragazze perdono la loro virtù, il contrabbando determina nuove gerarchie e dinamiche sociali. Così Antonio Ghirelli disegna con spietata efficacia quegli anni a Napoli "Tutto ciò che si chiede è di sopravvivere e per riuscirvi ci si adatta a qualsiasi espediente: contrabbando, furto, prostituzione diventano i settori trainanti dell'industria napoletana, quella che l'antica saggezza di Pulcinella chiamava ‘la fabbrica dell'appetito' "
Ed allora gli scrittori figli di Partenope del dopoguerra, ancorché di livello mondiale, raffinati intellettuali e talvolta geniali sperimentatori, diversissimi tra loro nei presupposti estetici e culturali, compilano il capitolo letterario denominato "Scrittori napoletani del dopoguerra".
La Capria, Prisco, Rea, Compagnone, Eduardo De Filippo. Artisti a tutto tondo, non cantori di Napoli. Chi più vicino chi più lontano, tutti sommersi in quella stagione del neorealismo, che trasfigura un palcoscenico, già esso trasfigurazione di un ventennio (fino agli anni '60) di difficile connotazione.
Il dopoguerra a Napoli in Domenico Rea è materia di racconto, ambiente delle miserie umane, ma è essenzialmente sfondo a evocazione di una ricerca del vero, non rappresentazione fotografica ma scarnificazione degli "io" individuali in un teatro sociale totalmente condizionante.
Nel '47 Domenico Rea pubblica Spaccanapoli. Una raccolta di brevi e fulminanti bozzetti di vita che a dispetto del titolo non vedono esplicitamente Napoli come spazio definito delle storie. Ma un più ampio territorio che potremmo definire "il napoletano" sorta di luogo immaginario riconducibile all'idea odierna di città metropolitana (Napoli e la provincia unico humus sociale, dove i confini della città e dei comuni limitrofi non sono riconoscibili all'interno di uno stesso marciapiede). Storie introspettive si alternano a veloci narrazioni di fatti e misfatti al di fuori di ogni oleografia. Il tutto in un immaginario interregno dove la guerra sancisce una sorta di "sospensione", una guerra giunta prima alle genti "per fama" e poi con la sua furia distruttrice.
Questo mitico luogo "Nofi", teatro sottinteso e poi esplicitato nelle successive opere di Rea, è riconducibile solo etimologicamente a Nocera Inferiore, cittadina dove Rea nacque e trascorse la sua infanzia.
In questo spazio indefinito e pur connotato le vicende sono crude e immediate, istintive e "realistiche", narrate in un linguaggio pronto a cogliere tutte le occasioni per sperimentare nuove forme espressive. Scrive Mario Pomilio "nessuno quanto Rea seppe approfittare delle ‘libertà' dell'immediato dopoguerra quando la narrativa diventò una specie di zona franca e campo aperto a tutte le sperimentazioni".
La produzione narrativa di Domenico Rea fu essenzialmente orientata al racconto breve, anche se nella sua vasta bibliografia compaiono due romanzi "Una vampata di rossore" del 1959 e "Ninfa plebea" del 1993 da cui Lina Wertmuller trasse la sceneggiatura dell'omonimo film di successo degli anni novanta.
I racconti di Rea sono istantanee prive di iperboli e ricche di "realtà", non raccontate con pedante minimalismo, né con distacco aristocratico, ma con una partecipazione non accondiscendente e mai edulcorata. Per Domenico Rea le due Napoli, quella dei ricchi e dei poveri, sono destinate a non incontrarsi mai, e la sua non è una denunzia giornalistica, ma una sferzata dell'animo, un invito implicito a comprendere la realtà per indicare una strada per il cambiamento.
Napoli tra folklore e miseria, genialità e millanteria, mostro bifronte tra realtà e mistificazione. In quanti modi Napoli è stata raccontata dai suoi scrittori! Nel saggio "Le due Napoli" Rea avverte l'inarrestabile esigenza di rappresentare la città per quello che è, simbolizzata da una delle sue icone: Forcella "luogo oscuro e infernale dove gli uomini si chiamano ‘gente' e i bambini ‘creature'" , e se la prende con Salvatore Di Giacomo e il suo lirismo pietoso, senza artigli e incapace di penetrare il cuore pulsante della città «Le creature femminili di Di Giacomo sono sempre timorate di Dio, ingenue, appassionate, ... invano vi cercheremo la femmina violenta, acida e triste, che non tira dalla gola un solo rigo di canzone per un anno intero. Invano vi troveremo, non so, una Madame Marneff balzachiana. E di queste femmine è piena Napoli, non la letteratura».
Secondo Rea, Boccaccio prima, Mastriani e Viviani poi, seppero raccontare Napoli e individuare in maniera non sociologica ma letteraria, la sua "questione": "la miseria quale prima causa di tutti i mali di questo popolo di miseri".
La trasfigurazione narrativa è spietata, alle donne di Di Giacomo Rea oppone la crudezza del vicolo e il suo legame con la materia, con il corpo, come ben evidenzia Matteo Palombo quando scrive "Le ossessioni primarie dell'esistenza, in modi diversi, sotto forma di miseria, ma anche di sesso, di fedeltà istintive, di legami tribali, costituiscono la sostanza delle storie di Rea.".
Domenico Rea ha amato Napoli, ne ha denunziato la sua geniale barbarie, mettendola in luce e non nascondendola da un velo di luogo comune e retorica. E l'unico modo per amare e difendere Napoli è evidenziare il suo stato, e "l'indomabile furore" che caratterizza i suoi figli.
 
Espresso napoletano, novembre 2006