E.A. Mario: tra retorica e colore

 

 

E.A. Mario, pseudonimo di Ernesto Giovanni Gaeta, fu uno degli artisti partenopei più eclettici della prima metà del Novecento. Poeta, saggista e novelliere, fu essenzialmente autore di testi di canzoni, oltre che compositore delle musiche di grandissimi successi tra cui "Tammurriata nera" scritta dal cognato Eduardo Nicolardi.
Compose più di duemila canzoni, in dialetto e in lingua italiana, fu poeta lirico sensibile e raffinato, fu cantore di sentimenti essenziali, ma i suoi versi, come quelli di tanti autori partenopei, pur se immortalati da canzoni popolari la cui celebrità valicò i confini di Partenope e del Paese, faticano ad entrare in un ambito letterario, perché per la critica la poesia a Napoli fu solo quella di Salvatore Di Giacomo.
Nelle note introduttive della recente pubblicazione "E.A. Mario: leggenda e storia", testimonianza affettuosa e puntuale della figlia del poeta Bruna Catalano Gaeta, Max Vairo scrive "...si cominci a riconoscere che accanto a quella di Di Giacomo è esistita un'altra voce e che tanto più viva e rilevante essa è, proprio perché Di Giacomo è una luce accecante di fronte alla quale era destinato a soccombere chi non avesse avuto qualche vibrazione diversa nel proprio prisma di cristallo ....".
L'arte di E.A.Mario si nutrì dei colori e delle emozioni partenopee e il poeta costruì un tassello senza il quale non è possibile comprendere la storia di cultura e di costume di Napoli. Scrive ancora Vairo "Al volto di Napoli mancherebbe una linea e un solco, se non ci fosse E.A. Mario".
La poesia a Napoli tra fine ottocento e prima metà del Novecento è strettamente connessa alla canzone napoletana: ogni qualvolta si affronta il tema spinoso del rapporto tra poesia e canzone, con l'aggravante del vernacolo, la critica letteraria glissa e, non dichiarandolo apertamente, lascia intendere che l'arte pura è altra cosa. La poesia novecentesca in Italia percorre sentieri ben più faticosi di quelli delle nenie sentimentali napoletane, spesso emozionanti ma il più delle volte imbrigliate in cliché che spaziano tra la nostalgia strappalacrime e l'ironia macchiettistica da avanspettacolo.
L'opera di Ettore De Mura "Poeti napoletani dal Seicento ad oggi" defilandosi già dal titolo da ogni diatriba estetica, taglia corto sulla questione: nella sua preziosa antologia, repertorio dei versi più belli di Partenope, la quasi totalità di autori sono indissolubilmente legati alla canzone napoletana. Musicati o no, sono versi di poeti, fiumi di versi, che se linfa trassero dagli umori della città, la rielaborarono fino a creare quasi una concezione del mondo ad "origine controllata" vissuta alle falde del Vesuvio.
Ma E. A. Mario non racchiude la sua parabola artistica in questo ambito, la sua sensibilità poetica, se da un lato viene amplificata, se non altro in notorietà, dalla produzione che lo condusse al successo, è marginalizzata, stritolata da quei suoi versi che hanno accompagnato, o tormentato intere generazioni.
Perché E.A. Mario, autore dei delicatissimi versi di "Santa Lucia luntana", "Maggio sì tu" e "Io,'na chitarra e 'a luna", fu l'autore della "Leggenda del Piave" e di "Balocchi e profumi" che rappresentano il massimo della retorica nazionale degli anni bui quando patriottismo e nazionalismo divennero sinonimi e la parola "patria" fu costretta a subire un destino linguistico distorto: per oltre cinquant'anni tale nobile parola ha evocato significati che riconducevano a elmetti e baionette, a smanie imperialistiche e nefaste inimicizie. Leoncarlo Settimelli, in un articolo pubblicato sulla rivista "Patria indipendente" nel 2006, bene mette in luce la contraddizione insita nell'opera di E.A.Mario. Autore di versi leggeri e poetici, il linguaggio di E.A.Mario forza se stesso quando il poeta veste i panni di cantore ideologico, fascista convinto e anche razzista. La leggenda del Piave, con le sue note che tuttora accompagnano ricorrenze nazionali, da canto epico che emozionava il Duce, nella sua ridondanza per glorie di una guerra mai vinta sul campo, conservava delle tracce narrative che non nascondevano la disfatta di Caporetto. E poiché il Fascismo ritenne tale canzone inno da esportare all'estero, inopportuno appariva un richiamo così esplicito ad una disfatta da rimuovere più che da immortalare in versi patriottici. E la strofa che recitava "Ma in una notte trista si parlò di tradimento/ e il Piave udiva l'ira e lo sgomento/ Ahi quanta gente ha vista venir giù, lasciare il tetto/ per l'onta consumata a Caporetto!" divenne "Ma in una notte trista si parlò di un fosco evento/ e il Piave udiva l'ira e lo sgomento/ Ahi quanta gente ha vista venir giù, lasciare il tetto/ poiché il nemico irruppe a Caporetto!". Sostituendo le parole "tradimento" ed "onta" E.A. Mario cancellava la pagina nera di Caporetto! La sua adesione al fascismo andava oltre le esplicite richieste delle autorità ed addirittura con il cognato Eduardo Nicolardi concepì un ritornello che così recitava "Andremo in Africa sicuri e allegri: andremo a vincere contro quei negri/ tra tante teste che mozzerò/ una di queste ti porterò". Leggendo questi versi rischia di cambiare il senso una canzone tanto amata dai napoletani, composta dallo stesso binomio E.A. Mario - Nicolardi "Tammurriata nera" dove "chillo, o fatto, è niro, niro, niro, niro comm'a che!...". Una tenera e ridanciana narrazione di un fatto comune al tempo, la nascita di un bambino di colore nato dall'unione delle ragazze napoletane con i soldati americani, alla luce dei versi precedenti, da dramma sociale rischia di divenire dramma etnico.
E l'angosciante "Balocchi e profumi", tormento di intere generazioni che dipinge una madre molle e dissennata, figura di contrasto all'austera donna fascista votata alla famiglia, è altro caso ingombrante di un autore che abbandona la poesia per trasformarsi in veicolo ideologico.
Ma E.A.Mario è l'autore di "Partono i bastimenti / per terre assai lontane" e "Vatténne core mio, vatténne sulo p''e vvie sulagne" e di altri incantevoli versi che lo rendono cantore raffinato dei sentimenti di un popolo e di una città. Ed è questo il poeta che amiamo e che vogliamo ricordare.

Espresso napoletano, marzo 2008