Enzo Striano. Il resto di Napoli

La rivoluzione napoletana del 1799, qualche anno fa celebrata nel suo duecentesimo anniversario, è una delle tessere cardine della memoria di Napoli. Come lo furono la rivolta di Masaniello, i bombardamenti e le Quattro giornate.
Correva appunto l'anno 1799, quando in una Napoli abbandonata dal suo re, si scatenò una terribile guerra civile tra lazzari filomonarchici e borghesia filofrancese. Infine Napoli divenne repubblica, fragile, utopica. Nata in un gelido gennaio, nella torrida estate vide immolati i suoi splendidi sognatori giustiziati come traditori della patria.
Castel Sant'Elmo domina dall'alto Napoli, ed è il simbolo di quella stagione, il testimone di quei giorni in cui eventi entusiasmanti e drammatici furono epilogo di un secolo irripetibile.
Il Settecento a Napoli fu un secolo splendente, e il suo ultimo anno, il fatidico 1799, la sua epopea e la sua morte. Napoli patria di idee e di fermenti culturali visse i giorni della fine del sogno rivoluzionario a conclusione di un'inarrestabile ascesa che la pose al centro dell'Europa per l'acume dei suoi figli, da Muratori a Vico, da Galiani a Genovesi, da Filangieri a Mario Pagano
Di quello spirito il custode inossidabile di valori e memoria storica, presenza critica e militante del "partito del pensiero" è Gerardo Marotta, che continua a tener chiuso il Portone di Serra di Cassano per piangere i martiri di quella rivoluzione.
I fatti del '99 hanno assunto nel tempo status di caso esemplare del pericolo incombente dell'utopia, e del furore di una ragione "irragionevole", hanno generato infiniti dibattiti, dalla riflessione dei "classici" Cuoco e Croce alle appassionanti ricerche dei giorni nostri: una rivoluzione non vive solo di idee, ma di passioni e di sentimento. E per beffarda trasfigurazione, la repubblica partenopea, ancorché astratto e gelido "studio di caso" di furore illuministico, vive nella memoria della città nei tratti romantici dei suoi eroi e delle sue eroine. Eleonora Pimentel Fonseca e Luigia Sanfelice su tutti.
E tanto lo si deve al libro di Enzo Striano "Il resto di niente", del 1986 che, con alterna intensità, ha contribuito a dare sangue ed emozione ad un arido caso storiografico.
Enzo Striano ridette vita e colore a quei giorni che chiudevano un secolo e disegnò l'anima delicata dell'eroina di quella rivoluzione, Lenoir, dama e poetessa di origini portoghesi, Eleonora Pimentel Fonseca.
Insegnante ed autore di libri scolastici, Enzo Striano, nato a Napoli nel 1927, intellettuale e studioso, fu ai margini degli ambienti letterari, ed il grande successo del suo romanzo "Il resto di niente" giunse postumo. L'impatto che il romanzo ha avuto ed ha tuttora a Napoli e non solo, è enorme. Scrive Fulvio Tuccillo "Il resto di niente è uno dei romanzi più letti a Napoli e forse è anche divenuto, sempre per unanime consenso dei suoi lettori, un classico, un'opera che ormai fa parte di un patrimonio di cultura comune, in cui ritroviamo una parte di noi stessi, della nostra storia, delle nostre speranze, delle nostre angosce". Quel romanzo, che si presentò come un vero e proprio caso letterario, spinse critica ed editoria alla riscoperta dei romanzi precedenti dell'autore napoletano, favorendo la pubblicazione postuma nel 2000 di "Giornale di adolescenza" vero e proprio romanzo di formazione concluso da Striano nel 1958 ambientato nella Napoli del ventennio fascista, e la recentissima riedizione del romanzo "Indecenze di Sorcier", suggestiva metafora dello scrittore - stregone, intellettuale in un mondo della cultura corrotto dal mercato e dispensatore di false illusioni. Opera questa di grande originalità che gli valse significativi riconoscimenti critici. Scrive Giorgio Bàrberi Squarotti. "L'opera di Striano rappresenta un'esperienza letteraria e ideologica e stilistica davvero unica: come ogni operazione che è, insieme, della letteratura e delle idee, la sua magia stregonesca lascia alla fine l'impressione di essere andati, per merito di essa, un poco più in là nella conoscenza del mondo e di noi stessi".
Striano fu cronista puntuale che usò lo strumento letterario per fare storia, o delicato scrittore che dalla storia trasse la linfa per una prosa in sintonia con le più interessanti sperimentazioni letterarie? La parabola narrativa di Striano ripercorsa a ritroso e che nella riflessione critica parte dalla sua ultima opera, rende ambedue le affermazioni vere senza escludersi. Se Raffaele La Capria nota che nel romanzo "Il resto di niente" i personaggi " parlino al lettore con lo scopo preciso di fornirgli un'accurata rappresentazione dell'ambiente sociale e culturale in cui si muovono e ... sono personaggi solo storici, di cui è nota l'intera vicenda, e non altro che quella possiamo aspettarci", Domenico Rea, che per primo recensisce il romanzo, pone attenzione sulla qualità narrativa, sostenendo che "il linguaggio in questo libro sale ad un'altezza rare volte raggiunta dagli scrittori italiani. La sua prosa è scorrevolissima e non conosce intoppi di sorta" e Luigi Compagnone non esita ad affermare che "Enzo Striano non fu lo storico, ma il poeta dell'infelicissima Repubblica partenopea».
Se di romanzo storico si parla, secondo le stesse dichiarate intenzioni dell'autore, la scelta di quel capitolo di storia napoletana è troppo "esemplare" per essere confinato a sfondo e ambiente, e tra storia e narrativa "Il resto di niente" assume connotazioni di pamphlet etico, operetta morale, traccia di filosofia politica, e come scrive La Capria, testimonianza tragica "di quel «resto di niente» che Napoli riserva a chiunque si illuda di interrompere il Silenzio della Ragione.".

Espresso napoletano, luglio 2007