Ermanno Rea. Disagi di una città espropriata

 

Quando Napoli è al centro di un caso letterario, e in questo ultimo decennio è capitato più di una volta, le due schiere, quella degli offesi e quella dei denigratori, scendono in campo con le stesse parole di sempre, lo stesso piglio e la stessa retorica.
E spesso accade che lo spazio della testimonianza, dell'analisi e della poesia, quando essa si insinua in memoriali e in reportages, lascia nel lettore il posto a interpretazioni stizzite o manichee. I ritornelli che intonano gli offesi recitano la pedissequa nenia della città vilipesa da figli ingrati e rancorosi, mentre la schiera di coloro che propendono per l'eutanasia e la definitiva liquidazione di una città "sporca e cattiva", si diverte a recitare l'ennesimo de profundis senza via di ritorno e senza speranza.
Napoli soffre tantissimo, e ciò non vuol dire che quel "rinascimento napoletano" auspicato ed ancora atteso, non esprima germi di sviluppo e di modernità. Né vuol dire che il persistente disagio civile, per usare un eufemismo, non rappresenti tormento ed ostacolo quasi invalicabile per la realizzazione di una città "normale".
"Napoli Ferrovia", l'ultimo lavoro di Ermanno Rea, per alcuni è un colpo al cuore, per altri è sì un'analisi spietata, ma funzionale ad una resurrezione della città. La vicenda si impernia sulle passeggiate notturne dello scrittore insieme ad un compagno di strada, Caracas, un immigrato dal passato da naziskin e immerso in un presente proteso alla religione islamica. E' il racconto del ritorno di Rea a Napoli, dopo cinquant'anni di lontananza, per ricoprire un importante incarico istituzionale. La narrazione è autobiografica in quanto Rea è stato presidente del Premio Napoli dal 2002 al 2006. Prima della sua nuova e forse definitiva fuga dalla città natale.
"Napoli Ferrovia" conclude una trilogia composta dagli altri due romanzi su Napoli, "Mistero Napoletano" e "La dismissione".
In Mistero Napoletano Ermanno Rea, nel raccontare in un romanzo - inchiesta il mistero legato al suicidio di Francesca Spada, militante comunista e giornalista dell'"Unità" a Napoli, penetra nel profondo esperienze e vite legate alle vicende del Partito Comunista a Napoli negli anni Cinquanta, dove tra drammi esistenziali, delusioni e senso di sconfitta, aleggia la decadente scenografia di una Napoli morente, città "cupa e melmosa" dove a un certo punto "gli orologi della storia si erano fermati" e da cui si poteva solo fuggire. O morire, come Francesca Spada, la protagonista assente o come il matematico Caccioppoli, morto anch'egli suicida nel 1959.
"La dismissione", narrazione dello smantellamento dell'Italsider e della definitiva scomparsa della Napoli operaia, baluardo di democrazia e civiltà, nella vicenda dell'operaio Buonocore, è la seconda tappa di questo percorso che si conclude, per ora, con il grande successo editoriale "Napoli Ferrovia".
"Napoli Ferrovia" è un viaggio verso l'inferno di una città senza più identità, nel quale si cercano le cause del passaggio da Napoli capitale europea a Napoli senza più anima né ethos. Nel romanzo si affaccia un'analisi suggestiva sul lento degrado economico della città. Il mare non bagna più Napoli, per parafrasare il capolavoro della scrittrice Annamaria Ortese. Ermanno Rea, rivisitando la sua infanzia e la vicenda del padre commerciante di Piazza Mercato, ricorda una Napoli che non c'è più, centro di commercio che traeva linfa e sviluppo dal porto. Il dopoguerra sancisce l'espropriazione del mare, il golfo diviene polo strategico nella mappa disegnata dalla guerra fredda e rifugio della flotta americana ed una dissennata speculazione edilizia pone una barriera di orribili palazzi tra Piazza Mercato e il mare. Senza mare e senza porto, senza fabbriche con lo smantellamento dell'ILVA, quale futuro per quella che fu una capitale europea?
La narrazione è fluida e toccante nei punti che corrono sul filo della memoria, e il ricordo dello scrittore ed amico Luigi Incoronato, l'autore di "Scala a San Potito" che morì suicida, dà alle pagine del libro tenerezza e poesia. In altre pagine del romanzo prevalgono toni aspramente censori che approdano alla perdita di speranze per una città che non ha più il senso della legalità e della comunanza di intenti. Il viaggio nei bassifondi di Napoli è aspro e doloroso, ma il lettore potrà osservare che delinquenti e spacciatori, egoismo individuale e sociale non appaiono marchi tipici di Napoli. La perdita dell'ethos di una comunità che vede nelle strisce pedonali un inutile orpello in dispregio della condizione di disagio del passante, peggio se anziano e claudicante appare, nella sua perentorietà, metafora poco benevola. Eppure le ronde della libertà, la caccia agli extracomunitari, le saghe del porco in luoghi destinati a moschee, caratterizzano altre terre d'Italia. Il dramma etico ed economico di Napoli è del tutto disgiunto dal dramma nazionale? E un fastidio linguistico e filosofico assale quando Rea parla dell'eccesso di tolleranza a Napoli dove tutto si giustifica dietro "un sorriso molle". Tutto sacrosantamente vero, ma forse la parola "tolleranza", usata in negativo, rischia di far torto ad un sentimento illuminato che evoca ben altre emozioni e scenari. Rea è scrittore sensibile ed acuto e nella sua sana intransigenza indica, senza esprimerle compiutamente, non essendo questo il compito della letteratura, le strade della rinascita. Napoli cosmopolita e poliglotta, Babele di culture e civiltà è un'occasione, una risorsa da gestire. Finora tutto è stato lasciato ad una casualità che nella migliore delle ipotesi ha generato caos, nella peggiore sangue e malaffare. Ma è dalla Napoli crocevia di culture e popoli che bisogna ripartire, perché se è vero che la strada della rinascita non è dietro l'angolo, e il percorso appare impervio e duro, Napoli non può non risorgere. A patto che non nasconda a se stessa, con irritante compiacimento, le sue colpevoli mancanze.

Espresso napoletano, gennaio 2008