Ernesto Murolo: un poeta quasi perfetto

Quando si parla della poesia a Napoli tra fine ottocento e primi decenni del novecento, il discorso si ampia a dismisura proponendo categorie di lettura generali e generiche che inseriscono in un unico capitolo esperienze culturali e ideologiche, nonché estetiche, affatto diverse tra loro. Ed allora i nomi di Salvatore Di Giacomo, Ferdinando Russo, Ernesto Murolo, Libero Bovio, Eduardo Nicolardi e altri, sono inseriti in quel capitolo che potrebbe essere intitolato "Quando la poesia è ancilla della musica". E come al solito le linee di pensiero si frantumano un giudizi estetici, autorevoli e non, che grosso modo possiamo ridurre alle seguenti tesi. Quando si parla di poesia a Napoli, e di conseguenza di canzone napoletana, nutrita appare la schiera di coloro che sostengono che la poesia in vernacolo fu un fenomeno artisticamente marginale della cultura di fine secolo riconducibile ad una tradizione popolare lontana dalle esperienze più significative del tempo, che gli autori napoletani, più che poeti, possono essere considerati ottimi "parolieri" di canzoni, ma sempre parolieri, e che la qualità artistica di questi versi nelle sue connotazioni tardoromantiche furono espressione di una cultura autoreferenziale e disimpegnata che rifiutò ogni intento militante teso all'interpretazione della realtà. A tali stroncature senza appello si contrappongono coloro che vedono nella canzone napoletana la massima realizzazione della sintesi melodrammatica, dove sperimentazione musicale e intensità poetica si fusero dando luogo a un'arte dalle dimensioni internazionali, ben meno provinciale degli esiti della "buona letteratura" del tempo. In queste oziose disquisizioni ci si dimentica che Russo esprime un'arte contrapposta a Di Giacomo, e la poesia di Ernesto Murolo percorre sentieri non sovrapponibili a nessun altro autore napoletano. Non giova al riconoscimento della complessità e del valore specifico dei poeti dell'epoca, ciò che accade oggi, quando si parla di canzoni napoletane neomelodiche. Una generazione adulta, che già a fatica nelle polveri delle biblioteche tende a tener vive esperienze di incredibile pregio culturale, dovrà pur spiegare ai giovani che nessun esperienza odierna di musica leggera ha a che vedere qualcosa con la canzone napoletana che conquistò il mondo, e che ebbe la sua forza di penetrazione "in primis" per la sua oggettiva cifra artistica. Solo lo spessore delle biografie dei grandi poeti napoletani basterebbe a far capire che arte e solidità culturale sono un binomio inscindibile.

Ernesto Murolo fu uno dei grandi poeti napoletani di inizio novecento. E i suoi versi trovarono massima forza espressiva nelle canzoni dell'epoca. Dopo un'esperienza giovanile nel giornalismo umoristico nelle colonne del "Pungolo" e del "Monsignor Perrelli", divenne uno dei poeti più famosi della Napoli di inizio secolo, fu anche drammaturgo di successo, ma la sua fama è giustamente legata a quei delicati versi che, musicati dal grande musicista Tagliaferri, resero immortale la canzone napoletana a Napoli, in Italia e nel mondo. La sua poesia come quella di Salvatore Di Giacomo fu misurata e "colta", in contrasto con la sua vita da poeta "libero" elegante ed "eccessivo" che lo indusse a dilapidare l'enorme patrimonio familiare.
Al centro dei suoi versi l'amore ed il mare, con Posillipo eletta ad icona di colori ed odori di una Napoli alla soglia di una trasformazione epocale, che nel vortice di una falsa modernità, perde progressivamente la sua dimensione di semplicità fatta di sani valori ancestrali, per decadere fatalmente ad arida ed indefinita metropoli senza identità. " Napule ca se ne va", celeberrima canzone di Murolo, divenne canovaccio della sceneggiatura di uno dei più famosi film del cinema muto degli anni Venti che della canzone porta il nome. La storia cinematografica dell'emigrante Salvatore, nell'intreccio di peripezie e finale di sentimenti ormai scomparsi, è lo sviluppo narrativo dei delicati versi della canzone di Murolo, nostalgici di un recente passato pregno di quei valori semplici ed essenziali andati perduti per sempre.
La poesia di Ernesto Murolo fu sensista, poesia di visioni e percezioni, scrive Ettore De Mura che Ernesto Murolo è "poeta pittorico, dalla meravigliosa tavolozza ove si amalgamano tutte le sfumature e dove toni e semitoni acquistano risonanze giammai udite. Murolo ha reso in colore la sua poesia perché, principalmente, è il suo stesso dialetto armonioso ad essere colore.".
Tra i capolavori di Ernesto Murolo Pusilleco addiruso, Tarantelluccia, Te sì scurdata ‘e Napule, Mandolinata a Napule, Piscatore 'e Pusilleco, Nun me scetà, e Adduormete cu mme. Con lo pseudonimo di Ruber, Ernesto Murolo diede alle stampe " 'A Storia 'e Roma", un poemetto in napoletano che così recensì Ferdinado Russo, capostipite di quell'ironico genere di narrazione a guisa di cantastorie che con comicità sottile rileggeva leggende e storia patria con l'occhio irrisorio del napoletano. " La vostra Storia 'e Roma fra tante erbe inutili, è un bel cespo di fiori. Io vi ho trovato felice il movimento del sonetto, sonante talvolta, o caratteristico, il verso, e ben numerato; e la quartina rotondeggiante, e il dialogo spigliato e assai spesso pieno di naturalezza....Che volete dunque che vi dica di più? Col vostro volumetto la poesia dialettale si è davvero arricchita di un altro nome simpatico, simboleggiante il colore, l'espressione, l'originalità, la vivacità dell'ambiente popolare nostro".
I versi di Ernesto Murolo hanno avuto fino a pochi anni fa uno splendido cantore, quel suo figlio Roberto, voce indimenticabile, al tempo ironica e commossa, di una tradizione poetica e musicale che va tenacemente tenuta in vita. La poesia in musica, così va definita la canzone napoletana fino ai primi decenni del ventesimo secolo, fu poesia, e i suoi "parolieri", veri poeti, espressione di un "Novecento lirico napoletano" da studiare e rileggere come una delle più significative esperienze artistiche della letteratura nazionale.

Espresso napoletano, novembre 2007