Ferdinando Russo: un poeta contro


Napoli e la criminalità, storia del disagio. In questi ultimi mesi eventi di cronaca, mediatici e letterari hanno posto la città partenopea al centro di riflessioni, dibattiti e cotillons.
Se fatti di sangue, ribalte televisive e pamphlet del buonsenso e di bon ton hanno scosso l'opinione pubblica, un sasso è stato scagliato anche nel mondo della letteratura. "Gomorra" di Roberto Saviano, feroce reportage del già detto e dell'immaginato, ha diviso il mondo intellettuale in fazioni da stadio. Coraggioso eroe senza paura, fustigatore e sagace detective del malaffare, o accorto affabulatore, sceneggiatore in pectore di una riuscita fiction televisiva sotto l'abile regia della Mondadori.
Non è questa la sede per aggiungere ulteriori chiacchiere su qualità letteraria e impatto sociale di "Gomorra" ma di sicuro il libro di Saviano ha avuto un merito incontrovertibile, dare luce e riflettori a tanti bellissimi lavori, recenti ed antichi, letterari e non, su Napoli e la camorra. Su giornali e riviste le citazioni piovono sui fondamentali lavori di Barbagallo (Il potere della camorra), di Sales (Le strade della violenza), di Amato Lamberti (Lazzaroni) e di tanti altri autori che con acume hanno ricercato, indagato e raccontato della mala Napoli. Tra questi, scavando nel passato, oltre a Viviani e Di Giacomo, è comparso non di rado anche il nome di un poeta di fine ottocento, che pur ebbe tanta notorietà all'epoca, da scomodare nel bene e nel male Croce, Bernari e Stefanile, in giudizi critici in chiaroscuro. Ferdinando Russo fu poeta e saggista, e nella sua vasta opera di scrittore e giornalista scrisse vari lavori sulla camorra, e Luigi di Fiore ci ricorda come in "Memorie di un ladro" "Russo si fingeva un malavitoso e si raccontava, descrivendo ambienti, abitudini, delitti, con crudezza e realismo, senza bisogno di documentare".
Ma l'interesse di Ferdinando Russo sulla malavita del tempo, fu dettato oltre che da irrefrenabile propensione alla narrazione del "reale", dalla sua attività giornalistica a cavallo tra i due secoli.
Questo è solo uno tra i tanti punti di partenza per rileggere l'opera di Ferdinando Russo che, al di là delle sue attività di cronista, fu essenzialmente un poeta, considerato il polo opposto di Salvatore Di Giacomo, da lui oscurato in notorietà e critica.
Ferdinando Russo nacque a Napoli nel 1866. Fece parte del gruppo formato da Arturo Colautti, Gabriele D'Annunzio, Matilde Serao, Edoardo Scarfoglio e Roberto Bracco che, tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, intraprese una frenetica attività letteraria e giornalistica.
I versi di Ferdinando Russo sono aspri e ironici, immersi in una realtà mai idealizzata, ma talvolta esasperata. La sua notorietà del tempo fu derivata, come per Di Giacomo, dai testi di famosissime canzoni, Scetate, Serenata a Pusilleco, Mamma mia che vò sapè, ma la sua opera alternò a spunti lirici, poemi narrativi di forte impatto, e nella lingua e nel contenuto, concessioni a quel "verismo", a quella verve documentaria che fatalmente emarginò il poeta dal consenso critico del tempo. "Feci parlare i miei personaggi con l'espressione sua, e li feci muovere nel loro ambiente autentico, assai spesso senza alterare, a piegare alla rima o al numero o all'accento del verso i loro discorsi" .
Per cui risulta ben comprensibile la stroncatura senza appello di Benedetto Croce ".. quelle sue composizioni erano fotografie, parodie, lazzi, buffonerie vivaci, ma anche di solito sciatte, scorrette, grossolane, perché l'imitazione della parlata popolare dava ben pretesto a sottrarsi al freno dell'arte".
Ferdinando Russo fu un poeta "contro", ed anche dietro composizioni dall'apparente innocuità emerge il suo furore. Nel famoso poemetto O Cantastorie, storia in dialetto delle imprese dei Paladini di Francia, tra la ridanciana e popolaresca rievocazione epico-cavalleresca, emerge il violento attacco al tempo ed alle sue miserie: il protagonista Rinaldo, eroe senza macchia, se solo avesse annusato "ll'addore ‘e pesce fritto" emanato dallo scandalo della Banca Romana, avrebbe tagliato la testa a "Giulitto" (Giolitti). Gli elementi nostalgici della Napoli che c'era stata e che al tempo non c'era più, gli valsero fatalmente l'etichetta di reazionario nostalgico dei fasti borbonici, avversario dell'intrusione sabauda, antipatriota insomma. Il poemetto O luciano d''o Rre è la storia di un ostricaro che rievoca i tempi giovanili al servizio del re e che nella sua povertà rimpiange i tempi andati e  ‘O surdato ‘e Gaeta è un fedelissimo di Franceschiello che vive nel ricordo dei fasti reali.
Filoborbonico e antisabauda o semplicemente nauseato dalla deriva postunitaria che tante speranze andava infrangendo, si difese con il suo stile, attaccando. "Alla lettura di questo mio poemetto (‘O surdato ‘e Gaeta) qualche maligno imbecille, o qualche maestro di critica .. protesterà dicendo che io tendo a deprimere lo spirito dei tempi e il patriottismo degli uomini d'oggi. ... Che se poi, da una materia d'arte vera e semplice, da un motivo puramente letterario, i tartufi della rettorica contemporanea vorranno trarre argomento per gridare allo scandalo e confondere la mia fede artistica con quella politica che non cammina a ritroso, io non potrò che sorridere di compatimento".
L'opera forse più famosa fu il poemetto N' Paraviso scritta all'indomani di una passeggiata in aerostato con il capitano Spelterini . Lo stesso incipit del poema ha con sé l'espediente del "pallone" volante quale veicolo per giungere alla dimora di Dio.
Non solo la critica, ma anche una sorta di antagonismo personale, orientò la lettura delle poesie di Ferdinando Russo per misurarne la distanza con Salvatore Di Giacomo. Al lirismo raffinato, astratto e classicheggiante di Di Giacomo, la poesia di Russo nella sua varietà contrappone un realismo crudo nei contenuti e nel linguaggio, la narrazione iperbolica o ironica dei suoi poemetti, quando non documentano la vita violenta dei vicoli, o che si parli dei Paladini, o dei litigiosi santi del paradiso, è sempre parafrasi di caratteri umani, mai troppo profonda, sempre brillante e, nelle sue componenti macchiettistiche, divertente. Di Giacomo e Russo furono "la poesia" a Napoli a cavallo dei due secoli, e sostiene Carlo Bernari "se da una comparazione della loro opera può risultare eccessivamente diminuito il Di Giacomo rispetto al Russo, ciò si deve al fatto che egli, il Di Giacomo, fu eccessivamente innalzato al di sopra dei suoi riconoscibili, incomparabili meriti, e proprio in contrapposizione all'opera demolitrice messa in moto per avversare Russo."