Francesco Mastriani: Misìteri e feuilleton


Napoli è stata sempre materia di racconto. Scrittori napoletani e non solo hanno ambientato le loro storie all'ombra del Vesuvio. Ma più che scenario di sfondo, espediente spaziale di storie, Napoli nella narrazione dei suoi cantori è ingombrante protagonista delle storie raccontate.
E ha dato luogo a un genere macro con miriadi di sottogeneri: Napoli e la miseria, Napoli e il dolore, Napoli e la furbizia, Napoli e la bontà d'animo: infiniti i clichè talvolta geniali ma tante volte stucchevoli, drammatici e poetici o retorici e consolatori.
Questo fardello ha infastidito non poco i grandi scrittori napoletani contemporanei, costringendo molti di loro ad emigrazioni reali e simboliche quasi per enunciare un distacco, una cesura con una tradizione troppo invadente.
Ma la storia riconsegna valori letterari e artistici quando al di là della tara provinciale e dalla boria ideologica ai limiti di uno sciovinismo fatalmente ghettizzato dalla letteratura ufficiale, emerge il dato letterario, la significatività all'interno di un disegno che non si costringe in angusti confini. Scarpetta artista da avanspettacolo o geniale sperimentatore di contaminazioni della pochade d'oltralpe? Viviani sottile antropologo o bozzettista della plebe di Partenope? La signora Serao, dama di buone maniere o appassionata ricercatrice del vero nel ventre di una città la cui storia talvolta non va cantata ma urlata?
Il filo conduttore che lega narrazione e cronaca, drammaturgia e sperimentalismo in un appassionante percorso che si snoda tra ottocento e giorni nostri, scrive una storia che stenta a trovare omogeneità tra impeti illuministici e sanfedisti, acumi filosofici e superstizione, narrazioni realiste da inscrivere nei capitoli del verismo e iperboli da avanspettacolo.
Francesco Mastriani, una voce della Napoli dell'800, è stato il narratore più amato dagli scrittori napoletani, ma il meno fortunato nella fiera del marketing letterario. La critica lo considera nientedimeno l'inventore del romanzo giallo italiano. Così scrive lo scrittore napoletano Massimo Siviero nel suo intrigante Come scrivere un giallo napoletano: "..precursore del genere giallo, del romanzo nero enigmatico in Italia fu Francesco Mastriani che nel 1852 pubblicò Il mio cadavere .... Il dottor Weiss nel II mio cadavere anticipa di ben 35 anni Sherlock Holmes (e Watson).... Conan Doyle avrà letto Il mio cadavere?."
E non solo, Mastriani fu uno dei primi autori italiani di quel romanzo d'appendice che Antonio Gramsci salutava come il più efficace veicolo di una letteratura nazionalpopolare. Quando si parla di romanzo d'appendice si parla di Basso Romanticismo, e Mastriani ne fu massimo e prolifico interprete.
A metà ‘800 molte testate giornalistiche pubblicavano racconti a puntate, le notizie "tiravano" la lettura di appassionanti e ammiccanti racconti e non di rado accadeva il contrario: pur di non perdere una puntata di disperate storie d'amore o di intrighi mozzafiato il lettore acquistava il giornale e si affezionava alle sue notizie. Storie popolari e di facile consumo si alternavano a veri e propri ritratti di una società complessa e in trasformazione desiderosa di essere rappresentata e raccontata a un pubblico più vasto .
In Europa questo sottogenere letterario espresse autori del calibro di Victor Hugo, Eugenie Sue e Alexander Dumas, e in Italia oltre a Mastriani, Emilio De Marchi, Matilde Serao, Carolina Invernizio.
Francesco Mastriani nacque a Napoli il 23 novembre del 1819. Uomo erudito e conoscitore delle lingue straniere fu instancabile scrittore ( si contano oltre novecento lavori tra novelle, opere teatrali, romanzi e pezzi di costume). Ma la riscoperta di un autore così eclettico non può essere limitata ai pur importanti meriti di antesignano di generi e stili. Mastriani nelle sue opere e specialmente nei suoi romanzi, racconta la Napoli di metà ottocento. Città sfiduciata e derelitta, con le sue miserie e il suo fatalismo. Una Napoli povera da difendere.
I suoi romanzi (Il mio cadavere, La cieca di Sorrento, la cosiddetta trilogia socialista I Vermi, Le Ombre ed I Misteri di Napoli, e La Medea di Porta Medina i più famosi) sono cupi e intriganti e riportano una città violenta, la cui miseria e prostrazione morale è figlia di un supremo atto di ingiustizia ancestrale. Storie di camorra (quella del tempo) e di degrado, di sangue e di un malinteso senso di giustizia legato ad odiosi codici d'onore, albergano come ineluttabili, quasi una necessità.
Se non si adombra una volontà di riscatto trapela nell'opera di Mastriani un grido di dolore, base ideologica per i suoi epigoni, la Serao in testa, nell'affermazione di un sentimento di violenta denuncia politica.
La scrittrice inglese Jessie White Mario nel suo libro La miseria in Napoli, scritto nel 1877, nel parlare di Mastriani, dà una istantanea agghiacciante sulla Napoli del tempo.
"Chi vuole apprezzare i lavori del Mastriani deve prima veder Napoli, poi leggerli; ... dai suoi lavori sgorga, violenta, la cruda realtà di una Napoli sofferente dalle mille piaghe, abbandonata a se stessa". Mastriani morì il 7 gennaio del 1891 compianto da tutta la sua città. Fu un artigiano della scrittura, un innovatore ma principalmente un sensibile testimone delle radici di un periodo decisivo per comprendere le contraddizioni ancora presenti in una città dai troppi volti.

Espresso napoletano, ottobre 2006