Giuseppe Marotta: L'anima di Napoli

Peppino Marotta fu il capostipite della cosiddetta "scuola napoletana" di narratori del dopoguerra.
Una scuola che creò un genere che a veder bene non condivise né stilemi né intenzionalità, né caratteri né poetica, e che generò polemiche e distinguo tra i suoi narratori, affetti e dispetti, ma che nell' idem sentire accomunò scrittori come Domenico Rea, Luigi Compagnone, Michele Prisco e Raffaele La Capria come i cantori che dai vicoli di Napoli disegnarono Napoli, le diedero una forma e ne delinearono un "topos".
Tra l‘altro molti di loro da Napoli andarono via, e da lontano ricostruirono i colori di Partenope tra folcklore e realismo, i suoi odori, quasi una trasfigurazione della reminiscenza, dove l'eterea memoria di infanzie difficili in tempi sicuramente terribili permea e modella una realtà talvolta irritante e talvolta dolorosa, ora con piglio cronachistico orientato alle iperboli, ora sotto forma di tenera poesia.
Marotta operò questo transfert da Milano, come lui stesso afferma. «Ho vissuto molti anni lontano dal mio paese, d'improvviso Napoli e la mia giovinezza e persone e vicende che la abitarono o che si affacciarono appena si sono messi a chiamarmi». E dalle viscere di Partenope estrasse il metallo prezioso.
"L'oro di Napoli", originale mix di realtà e surrealismo, enfatizza identità fatalmente vessate e geneticamente costruite come spiriti provvisti di genialità cialtrona, che per puro istinto giungono sempre alla risoluzione del problema, che di fronte a qualsiasi catastrofe forniscono una risposta prelevata dal ricettario della napoletanità.
Come spesso capita il cinema è cassa di risonanza alla letteratura e per i più quando si parla de "L' oro di Napoli", la mente corre a Totò ed Eduardo, a Sofia Loren e a Silvana Mangano, insomma al film di successo che De Sica portò alla ribalta nel 1954.
"L'oro di Napoli" è una raccolta di 36 elzeviri pubblicati sul "Corriere della sera" da Marotta, giornalista prestato alla letteratura, cantore di Napoli e dei suoi rioni, ma intellettuale che spazia tra cinema e costume, critico cinematografico dell' "Europeo" che senza imbarazzo saltella tra il rione Sanità e Hollywood (gustosissimi i suoi reportage sulle dive degli anni sessanta Marilyn Monroe, Brigitte Bardot, Sofia Loren). Peppino Marotta fu tra l'altro autore di acute e taglienti recensioni dove con ironia e intraprendenza si insinuò nella filmografia americana degli anni Cinquanta e Sessanta tra Humphrey Bogart e Marlon Brando, la Garbo e James Dean, e tra registi come Chaplin e Ford, Capra e Wilder.
La personalità intellettuale del napoletano a Milano, che dalla fredda città meneghina dove d'inverno "bisogna rompere col temperino il ghiaccio nei portafiori, versarvi altra acqua che gelerà poi" disegna provocatoriamente il calore partenopeo. E le provocazioni per esser tali devono essere esagerate. Come esagerati furono i racconti de "L'oro di Napoli", paradossali segmenti di vita quotidiana, e come tale straordinaria, di una città contemporaneamente edulcorata e bistrattata. Caratteri presenti nei racconti ma sicuramente rimarcati dalla riduzione cinematografica ancor più decisamente sospesa tra neorealismo e surrealismo.
Ma da dove viene questa forte rivendicazione della categoria della napoletanità?
Povero Marotta, emigrato di lusso che cerca di costruire inconsapevolmente una propria identità nella Milano "da bere", costruendo connotati di un'etnia non presente in nessun dizionario antropologico. Tanto che viene talvolta tirato in ballo a sproposito come il capostipite degli intellettuali core e sentimiento. Gianni De Felice per replicare alle recenti "riflessioni" di Giorgio Bocca addirittura utilizza il termine "marottismo".
"Peppino Marotta promuoveva a filosofi ed eroi i peggiori cialtroni dei vicoli, trasformava la truffa in un capolavoro d'astuzia e il pernacchio alle leggi in uno squillo di libertà: ah, quanto male ha fatto a Napoli il 'marottismo' ".
Ma la nascita di quel movimento di brillanti scrittori che da Napoli trassero ispirazione e scavarono in vicende nello stesso tempo eroiche ed amare, ha origine da una storia recente se non proprio unica, per lo meno singolare. Scrive Raffaele Nigro: "Napoli è città ventrale, metropoli dalle mille contraddizioni. La conquista piemontese scopre i suoi malesseri. Una lenta agonia sociale l'ha portata al degrado. Fortemente strabica, resta però ancorata al passato, assiste impotente alla fine di un'epoca e di una monarchia ed è impedita a riagganciare i grandi centri europei. Un malessere da cui non riuscirà a riprendersi durante tutto il '900, come hanno dimostrato Mastriani e la Serao e più tardi Compagnone, Prisco, Marotta, Eduardo e Rea".
Le personalità forti, si sa , attraggono e respingono, e le atroci stillettate di alcuni suoi nemici - amici milanesi ne sono testimonianza. Scrisse Gianni Brera " Ha irriso i poveri fingendo di capirli, atteggiamento questo tipicamente carrieristico ma disonesto" e Indro Montanelli lo definì "succube di un'eredità di cenci che la critica ufficiale non gli perdonò mai" anche se in precedenza non aveva esitato a dichiarargli testualmente "Mi piace il tuo stile, mi piacciono i tuoi racconti, mi piace il tuo litigioso umorismo, considero "L'oro di Napoli" uno dei più belli da me letti in questi ultimi anni."
Piace ricordare la recente opera di Salvatote Maffei "Sogni, delusioni e sconfitte nelle lettere inedite di Giuseppe Marotta" dove una miniera di testimonianze restituiscono a Marotta la dimensione di intellettuale eclettico e creativo, scrittore intimo e sensibile, dal carattere irruente e che trasferì tale irruenza nella sua opera varia e non monocorde. Tra invettive ed esaltazioni, stroncature ed entusiasmi, tutto è stato detto sull'opera di Giuseppe Marotta, ma l'amante di letteratura, sospendendo ogni giudizio critico, non può non godere della prosa fluida, gradevole ed ammiccante, di un ottimo giornalista prestato alla letteratura.

 Espresso napoletano, settembre 2006