Libero Bovio. Racconti in musica

Libero Bovio fu l'autore dei versi delle canzoni napoletane più famose a Napoli e nel mondo, ma non solo. Fu anche giornalista, autore di teatro e novelliere e le sue canzoni Guapparia, Reginella, Silenzio cantatore, Lacreme napulitane, 'O paese d'o sole, Zappatore sono titoli che da soli potrebbero rappresentare quel patrimonio comune e imprescindibile della cultura popolare partenopea del XX secolo. La tradizione poetica a Napoli tra la metà dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento è strettamente legata alla canzone e ciò ha dato luogo ad un'inevitabile diminutio dell'opera dei poeti napoletani, considerati cantori di una cultura popolare estranea alla letteratura. In questo "limbo", anticamera del Parnaso, Libero Bovio rappresenta una delle figure più alte della storia artistica napoletana e, con la famosissima "Signorinella", della storia della canzone italiana. Figlio del filosofo Giovanni, pur discostandosi dai percorsi più speculativi dell'illustre genitore, nella sua arte poetica e narrativa, Libero Bovio partecipa consapevolmente ad una lettura "illuminata" della realtà sociale. Il suo nome è spesso accostato a quello di Salvatore di Giacomo, ma vena poetica e intenzionalità estetiche percorrono strade del tutto diverse. Ambedue videro nella canzone l'esito più felice della loro produzione poetica ma la poesia di Bovio è narrativa, racconta fatti e situazioni, quella di Di Giacomo è evocativa, emozionale e sentimentale. Nell'opera di Bovio sono presenti anche alti esercizi di lirismo puro, si racconta che la canzone "Silenzio cantatore" veniva considerata da Luigi Pirandello un capolavoro, ma il nome di Bovio è più spesso associato alle canzoni realistiche. "Per fare una buona canzone nce vo' nu fatto dinto", amava sostenere il poeta napoletano e i testi delle sue canzoni erano trame da drammatizzare. Per questo Bovio fu l'inconsapevole ispiratore della sceneggiata, quella forma teatrale a caratteri fissi la cui trama è tratta da una canzone che ne conclude e ne racchiude la vicenda narrativa, e che tanto successo ebbe fino alla fine degli anni Settanta, da essere considerata da alcuni critici sintesi dei valori di una cultura e di un popolo. Tale tesi, sociologica più che estetica, creò negli anni Ottanta aspre e comprensibili polemiche tra gli intellettuali, ma ancor oggi appare evidente come le sceneggiate napoletane nei continui riferimenti a valori ancestrali, più che caratteri ed emozioni di un popolo, furono, e talvolta sono ancora, esaltazione di valori reattivi, il cui confine etico e sociale con i "codici d'onore" tipici della malavita di un tempo, sono labili e sottili. Se però ci fermiamo alla sceneggiata quale luogo di testimonianza e di denunzia sociale la prospettiva cambia, e i versi di Bovio, poco poetici ma "sceneggiature in nuce" rappresentano elemento critico e riflessioni spettacolarizzate su quella "questione meridionale", messa in campo dai più insigni meridionalisti. Si prenda il caso delle canzoni "Zappatore" e "Lacrime napulitane" le cui rappresentazioni sceneggiate hanno a dismisura evidenziato caratteri fintamente moralistici o strappalacrime che hanno fatalmente contribuito a colorare di attributi macchiettistici la "napoletanità". La legittima ironia suscitata dalle istrioniche e anacronistiche rappresentazioni delle figure dello Zappatore e del figlio avvocato che tra la bella gente si vergogna dell'umile discendenza, e delle lacrime di nostalgia dell'emigrante non può però offuscare un pezzo di storia del costume e del dolore, e meraviglia una così netta stroncatura ad una letteratura del "vero", ricca di testimonianze e di spunti di interpretazione della realtà. "Zappatore" è la testimonianza di una frattura culturale figlia di uno sviluppo anomalo, quello meridionale, dove il mondo del lavoro non è la classe operaia, provvista della sua identità urbana nel nuovo secolo, ma il mondo contadino legato ai suoi valori ancestrali e senza prospettive future, e la borghesia non è quella imprenditoriale, ma quella delle professioni che, in un contesto senza sviluppo, diviene modello culturale più vicino ai vezzi nobiliari che a quello dell'intelligenza produttiva. Allora "Zappatore" diviene simbolo di questa frattura di cultura e tra generazioni, che impedisce ai figli, una volta pervenuti in un falso mondo borghese "incravattato" e un po' civettuolo, di comprendere il mondo passato e presente dei padri. Scrive Pietro Gargano "Troppi hanno ritenuto Zappatore soltanto una sceneggiata, mentre, all'opposto, è la denuncia, in tre minuti, della fine del mondo contadino, è la folgorante percezione dell'affiorante egoismo - del consumismo - da cui sono avvolti i nostri giorni". Che il figlio del filosofo abbia trovato, in una forma anche esasperatamente didascalica e a tratti populista, una chiave di comunicazione per una denunzia dello squilibrato sviluppo tra il Nord e il Sud del nostro Paese della prima metà del secolo? Allo stesso modo "Lacrime napulitane" è un grido di dolore e di denuncia della medesima realtà, forse la rappresentazione dello stesso "zappatore", ancor giovane e meno fortunato che negli esiti esistenziali non ha un figlio avvocato, ma è egli stesso figlio, diventato "carne di macello" in un'America ostile e spietata per gli emigranti straccioni. "Lacrime napulitane" non è forse la reale disperazione di chi, nel nostalgico ricordo del Natale, comprende che è stato realmente condotto in un macello che segna il confine tra l'essere umano e la bestia senza neanche il diritto di un legame affettivo? Il patrimonio di disperazione e una riflessione sulla nostra storia recente non possono certo essere tramandati ai nostri giovani attraverso antichi canti napoletani, ma qualcuno dovrà pur dire loro che l'America per gli emigranti di inizio secolo era un bastimento che ti conduceva oltre Marte, che era un viaggio lungo mesi e senza ritorno e non di poche ore di aereo con una rassicurante videotelefonata all'arrivo.

Espresso napoletano, settembre 2007