Luigi Compagnone. Città di mare con abitanti

 


Quando un autore alterna scherzi letterari, paradossi linguistici ad analisi storiche e le performance letterarie e giornalistiche avvengono con la leggerezza dell'ironia, con la lapidarietà di apparenti nonsense, la critica letteraria resta spiazzata: in quale capitolo inserire l'opera di Luigi Compagnone tra le esperienze letterarie della seconda metà del XX secolo?
Luigi Compagnone è stato uno degli intellettuali più versatili di quella generazione che negli anni Cinquanta attorno alla rivista Sud, Pasquale Prunas, Antonio Ghirelli, Anna Maria Ortese e Domenico Rea in testa, voleva cambiare il mondo. Da allora la sua opera spaziò dalla poesia al racconto, al romanzo, alla storia e alla filosofia e da Pinocchio a Giovanna d'Arco, per parlare di conformismo e terrorismo, sempre con uno stile satirico e picaresco, divertente e paradossale.
Il suo umorismo amaro, tante volte orientato a dimensioni psicologiche e sociali strettamente contestualizzate nei quartieri di Napoli, approda a una visione onirica, talvolta disincantata e talvolta angosciante, un filo diretto con i grandi della letteratura europea da Pirandello a Kafka.
L'esordio letterario di Luigi Compagnone avviene negli anni Cinquanta. Numerosi i racconti che pubblica su alcuni quotidiani, ma l'opera che lo porta ad una considerazione critica è "L'onorata morte" del 1960, raccolta di sei racconti nella prima edizione (diverranno nove nell'edizione del 1972) con una galleria fitta di personaggi, caratteri e stereotipate psicologie umane che narrano se stessi, la loro paludata ipocrisia e la loro maschera. Una prosa leggera e asciutta provvista non di rado di tensione narrativa, oscilla tra satira buffonesca e asserzione esistenziale, sempre a confronto con la morte intesa come sfondo e come elemento di contrasto, unica realtà indicibile a confronto con la istrionica inconsistenza delle vite. Tra realtà ed iperbole i temi di fondo esprimono una denunzia: l'indecifrabilità di un'esistenza vittima del convenzionalismo piccolo borghese degli anni sessanta. Giustamente Mario Pomilio riscontra ne "L'onorata morte" echi pirandelliani: "Compagnone condivide qualcosa con il Pirandello di certi racconti, a cominciare dall'esitazione tra il piano reale e il piano dell'irrealtà per finire a una disposizione emblematica che però rifiuta di esplicarsi, si blocca su se stessa."
"L'amara scienza", del 1965 da molti considerato il romanzo più rappresentativo della vasta bibliografia di Compagnone, narra la vicenda di tre giovani in giro per le vie di Napoli con l'esigenza di procurarsi una somma di denaro per evitare uno sfratto. La città di Napoli, tra toni realisti e surreali è sospesa tra modernità e tradizione ed è proscenio che contiene un quesito presente in gran parte dell'opera dello scrittore e per estensione, nella produzione di una generazione di scrittori nell'epoca del boom economico. La relazione tra progresso e conformismo, tra sviluppo e alienazione, dicotomia ingigantita nella realtà napoletana dove ad un incompiuto progresso fa riscontro una resistenza al conformismo, talvolta becera e "incivile" ma talvolta creativa affermazione di libertà. I novanta schizzi narrativi della raccolta "Città di mare con abitanti" pur non focalizzata esplicitamente su Napoli sono un viaggio che abbatte i miti partenopei, al sole è contrapposto il buio del degrado sociale e alla solarità spirituale l'affermazione del più sfrenato egoismo ed individualismo. Ma ciò che rende particolarmente profonda l'amara riflessione di Compagnone è che la questio non riguarda Napoli, ma un secolo cresciuto troppo in fretta e con le mille contraddizioni, e Napoli appare postazione privilegiata, osservatorio del modificarsi di dinamiche sociali ed esistenziali, perché queste contraddizioni del secolo viste dal golfo appaiono nella loro forma più esagerata. Si è parlato spesso di pessimismo della ragione in Luigi Compagnone. Scrive Francesco Durante "Napoli, per Compagnone, è una parte significativa e probante del mondo. Un ottimo punto di osservazione. E diventa per questo, lo specchio fedele d'una condizione generale".
Tante le opere di Compagnone, dalla poesia ai racconti, gli epigrammi e i romanzi, ma l'opera che al di là dell'intrinseco valore letterario, dà una dimensione non antropologica della specificità della città, dei suoi problemi e diviene una non esplicitata "filosofia della storia" è "Ballata e morte di un Capitano del popolo" favola storica del 1974. In una Napoli senza tempo ed al di là del tempo convergono i suoi dominatori, i suoi "conquistadores" normanni, francesi, spagnoli, italiani, americani, fronteggiati dall'antieroe Pulcinella Cetrulo, osannato capitano del popolo prima e dileggiato traditore poi, condannato a morte dalla stessa gente che lo aveva esaltato, e morto suicida davanti alla forca per lui preparata. Napoli desiderata e usurpata non può esser compresa senza il suo travaglio millenario e il terreno narrativo della favola disegna pulsioni e sentimenti di un luogo che non poteva divenire diverso da quello che è.
Lo scherzo letterario presente in tutta l'opera di Compagnone sottende un fremito etico e militante da filosofo: come Voltaire, come Swift, i suoi pamphlet sono un'aspra denunzia. Scrive ancora Durante "Dalla parte dei vinti, dei disgraziati, degli eterni tartassati dal potere e dall'autorità, Compagnone ci sta sempre, dichiarando apertamente questa sua scelta".
Il suo amaro sarcasmo non implica rassegnazione ma è un grido di rivolta di una città stanca di celebrare i suoi martìri.
La riflessione letteraria dovrebbe prescindere dai dibattiti contingenti della durata di un soffio.
Ma Napoli è in vetrina da tempo e il serrato dibattito di questi mesi esploso con fragore in questi giorni, la carellata mediatica di idiozie che si susseguono, frutto di analfabetismo se non di malafede, fanno crescere la voglia di trovare nelle rassegne stampa una voce autorevole che aiuti a capire e non si limiti alle registrazioni notarili di fatti efferati.
È in questi periodi che si sente l'esigenza di ascoltare voci autorevoli, colte e raffinate, etiche e militanti, è in questi momenti che Napoli avrebbe ancora bisogno della voce di Luigi Compagnone.

Espresso napoletano, dicembre 2006