Michele Prisco. Le nebbie della borghesia

«Prima di andare a cena / una novella amena. / Subito dopo pranzo / un brano di romanzo. / Sempre lo stesso disco: / sono Michele Prisco». Questo gioioso e affettuoso epigramma di Compagnone è il ritratto di uno tra i più amati scrittori italiani del Novecento.
C'è sempre una sorta di pudore a parlare di scrittori contemporanei. Per oltre mezzo secolo le opere di Michele Prisco hanno rappresentato un richiamo alla letteratura nelle sue forme più classiche in un'epoca dove è impossibile delimitare confini tra estetica e mercato, cultura e fiction, tecnica e arte, e dove appaiono per lo meno ardue consacrazioni e certezze nel ginepraio letterario e paraletterario. Michele Prisco fu novelliere e romanziere; uomo sobrio e schivo, condivise sentimenti ed entusiasmi con i suoi compagni di cordata, Domenico Rea, Luigi Compagnone, Raffaele La Capria, Mario Pomilio fra i tanti, in quel dopoguerra gravido di semi della "buona stagione" degli anni sessanta che posero Napoli come topos letterario fecondo e, nelle sue infinite varietà stilistiche e di intenzioni, quasi genere a sé, capitolo a parte della narrativa del novecento. Tesi letteraria approssimativa e addirittura falsa. Forse un ostacolo alle fortune e al pieno riconoscimento di molti scrittori napoletani o che da Napoli narrarono e di Napoli respirarono l'aria. Molti hanno trascorso l'intera esistenza a urlare che le radici dei lori scritti volavano ben più alto di angusti confini geografici e che le loro opere erano ricche di suggestioni europee e colloquiavano con il mondo e non con un quartiere metropolitano.
La plebe suburbana di Domenico Rea, il popolo sagace di Luigi Compagnone, o l'aristocratico e psicoanalitico flusso di emozioni di un' elite culturale e intellettuale di Raffaele La Capria, narrano segmenti di napoletanità, o di esistenza e universalità?
In questo drammatico gioco di etichette, Michele Prisco narra la provincia. Quale? Quella dei paesi vesuviani o la provincia di ogni continente, con sentimenti e movenze comuni alle terre del Miglio d'oro, alla pianura padana e all'entroterra parigino?
Napoli e la sua provincia sono sfondo e contesto, ma il centro della narrazione di Michele Prisco, non sociologico ma esistenziale, narra la borghesia cittadina e la piccola nobiltà decaduta di provincia."Un ceto dagli asfittici orizzonti, sfiancato dal progresso e spiazzato dal consumismo. Gente che ha spesso barattato la dignità antica per il soldo facile o il guadagno speculativo. Una borghesia vista con disincanto "zoliano", nella sua rapacità, ipocrisia e fragilità" scrive lo scrittore Luca Desiato in un commosso tributo a Michele Prisco.
"La provincia addormentata" del 1949, raccolta di racconti che portò alla notorietà questo fine narratore, gli valse il primo significativo successo: la medaglia d'oro come opera prima al premio Strega.
Nato a Torre Annunziata il 18 gennaio del 1920, Michele Prisco studiò per diventare avvocato, ma preferì i sentieri della letteratura, e quei luoghi dell'infanzia saranno scenografia mai invadente delle sue storie.
Le sue opere sono state tradotte in mille lingue, hanno avuto riconoscimenti ed onori. La sua placida andatura era allergica a toni accesi e forti, la sua prosa introspettiva rispecchiava un' indole scevra da furori. Così lo ricorda Antonio Ghirelli "Michele è stato un artista aristocratico che per sognare i suoi sogni non aveva bisogno, come tanti di noi, di quella partecipazione collettiva, di quella costante immersione nella realtà e magari anche nella polemica che ci sono state così necessarie. Egli possedeva una gran capacità di concentrazione, un assoluto controllo sul suo mondo interiore e sull'ambiente nel quale era maturato, due qualità grazie alle quali il distacco dal famoso impegno sociale, non è mai convertito in indifferenza".
Dalla "Casarella" di Vico Equense , rifugio per la sua intima riflessione, quest'intellettuale, che Anna Maria Ortese nella sua requisitoria sugli scrittori napoletani, con infastidito distacco, definisce "pingue e delicato... ragazzo perfettamente educato» , scrisse racconti e romanzi, affinò la sua eleganza narrativa.
Negli anni sessanta la breve avventura della rivista "Le ragioni narrative" da lui fondata insieme a Mario Pomilio, Luigi Incoronato, Domenico Rea e Gianfranco Verrè, e i successi come romanziere con " La dama di piazza" e "Una spirale di nebbia" da cui Eriprando Visconti trasse l'omonimo film, decretarono la sua consacrazione.
Negli anni settanta le sue recensioni cinematografiche sul "Mattino" erano un cult, e i suoi romanzi, frettolosamente etichettati come invasi di un naturalismo ottocentesco fuori dal tempo, continuavano a mietere riconoscimenti e consensi. Fino al gioco letterario de "Gli altri", intrigante romanzo del 1999, dove l'espediente iniziale, il ritrovamento di uno scritto dell'autore dimenticato in un cassetto, dà il via ad un intenso thriller sentimentale.
Il riserbo di Michele Prisco e la sua mitezza di carattere e di stili gli valsero l'epiteto affettuoso e tagliente di "prevete", prete, condiviso con il carissimo amico Pomilio, conferitogli da quei compagni di cordata, i terribili ex giovani della rivista "Sud" che gli vollero sempre bene, come tutti quelli che ebbero il piacere di godere della sua innata affabilità.
Tanti sono stati i contributi critici sull'opera di chi, a pochi anni dalla sua morte, è unanimemente considerato un maestro di stile, ma piace qui citare il delicato ricordo della figlia Annella che nel recente pamphlet «Chiaroscuri d'inverno» teneramente narra emozioni e sentimenti di un uomo dalle note emotive così intimamente legate alla sua prosa.
Uno degli ultimi superstiti di quella generazione che palesemente o meno scrisse con Napoli nel cuore ci ha lasciato nel novembre del 2003, ma quel sottile filo, impalpabile e discreto, fatto di colori e profumi, drammi e tragedie per lui sembra non interrompersi : "Alla fine, credo che il Sud esprima sempre talenti in quantità proprio perché non ha ancora risolto i suoi problemi. Qui la letteratura nasce come grido, come segnale, da uno stato di necessità. Soprattutto nella provincia».

Espresso napoletano, febbraio 2007