Nicolardi: La voce immortale della canzone


Il nome di Eduardo Nicolardi è legato a "Voce ‘e notte" e a "Tammurriata Nera".
Poeta, giornalista, autore di programmi radiofonici negli anni Cinquanta, scrisse un gran numero di poesie dai toni cupi e simbolici tali da essere definito "poeta crepuscolare" . Deve la sua notorietà a queste due canzoni, così diverse, intima e struggente la prima, ironico-narrativa e popolare la seconda.
Quando si parla di poesia del novecento a Napoli, si parla di autori di testi di canzoni.
Salvatore Di Giacomo, Ernesto Murolo, Raffaele Viviani e Eduardo Nicolardi scrissero fiumi di versi, e i più famosi furono musicati da una generazione di grandi musicisti che vestirono quei versi con melodie complesse e addirittura con innovazioni armoniche (esiste una scala armonica denominata napoletana).
Ma che c'entra la poesia con le canzoni? La prima rincorre i salotti buoni della cultura, le altre la veloce fruibilità. L'una le strade che conducono all'essere, le altre al facile consumo.
E poi un altro ameno argomento aleggia nei meandri della critica letteraria.
Può una poesia dialettale ambire ad uscire dal suo contesto localistico, ha diritto di cittadinanza una poesia dialettale?
La canzone napoletana visse decenni d'oro. Ancora oggi vive nei ricordi, disegna emozioni e caratterizza Napoli e i napoletani nel mondo. Le canzoni "regionali" nei loro vernacoli furono negli anni settanta terra vergine di studi antropologici e il folklore assunse, forse esageratamente, ma non senza qualche legittimità, la funzione essenziale per interpretare, spiegare e rivendicare identità locali troppo frettolosamente cancellate da una forzata unità linguistica.
Ma perché la canzone napoletana scrive un capitolo a parte nell'espressioni popolari e regionali del nostro paese e non solo? Perché presto perde i suoi connotati di "patrimonio etnico" per divenire patrimonio universale? Quando si parla di canzone napoletana l'associazione non va ai canti popolari delle mondine piemontesi che narrano segmenti di storia locale, ma al blues, al jazz, a quegli stilemi culturali che pur strettamente radicati ai luoghi dove nacquero e ne trassero ispirazione, divennero lingua universale.
La canzone napoletana da oltre mezzo secolo caratterizza Napoli nel mondo, e non basta la facile spiegazione che tanti napoletani emigrarono non solo con i loro stenti e le loro sofferenze, ma anche con la loro valigia piena di consuetudine e di modelli socio-esistenziali.
E molto lo si deve , tra gli altri, ad Eduardo Nicolardi.
"Voce ‘e notte" e "Tammurriata Nera" sono due felicissime intuizioni derivate da vicende autobiografiche dell'autore. La serenata per eccellenza tenuta per decenni in vita dall'interpretazione di Peppino di Capri, nasce dal tormento per un amore che non può realizzarsi. L'amata Anna Russo, fonte di ispirazione di "Voce ‘e notte", è promessa ad un altro e il menestrello sotto il balcone dell'amata canta la sua rassegnazione. Questa canzone portò bene a don Edoardo, il poeta fece soldi, ebbe successo e riuscì pure a sposare l'amata, presto rimasta vedova dal primo matrimonio, e ad avere con lei otto figli.
La storia di Tammurriata fu una testimonianza di un'epoca dove non di rado "o guaglione" nasceva "niro".
Nel 1945, Edorado Nicolardi lavorava nell'amministrazione dell'ospedale Loreto Mare di Napoli. Il gran trambusto e la grande sorpresa della nascita da una ragazza napoletana di un bambino dalla pelle nera ispirò Nicolardi nella composizione del testo di Tammurriata Nera, che il suo consuocero E.A. Mario musicò.
Nicolardi fu poeta puro. Fu autore di poesie bucoliche che hanno come tema la natura e la campagna e si inseriscono in una tradizione poetica che rimanda ai classici latini, a Lucrezio e a Virgilio. Mmiez' 'o ggrano, Lettera da 'a campagna, 'E passere, le più famose.
Senza alcuna remora le poesie di Nicolardi con Di Giacomo, Bovio ed altri autori di canzoni compaiono in una famosa antologia a cura di Amedeo Tosti," Poeti dialettali dei nostri tempi", uscita nel settembre del 1925. Il Fascismo non aveva ancora decretato la sua politica linguistica che, per fortuna solo sulla carta, osteggiava qualsiasi forma comunicativa dialettale. Per i poeti rei di scrivere canzoni l'ascesa al Parnaso anche oggi è dura. Federico Vacalebre nel saggio "De Andrè e Napoli" parla del tributo che ai poeti napoletani deve uno dei più grandi poeti del Novecento italiano, Fabrizio De Andrè. Ma sembra ancora molto nutrita la schiera di chi liquida i grandi poeti del nostro secolo autori di canzoni, De Andrè compreso, come estranei alla tradizione letteraria. Solo semplici autori di canzonette.

Espresso napoletano, agosto 2006