Petito: la maschera di Totonno 'o pazzo

Pulcinella e Napoli costituiscono un binomio metaforico che neanche tanto celatamente ha, per i non napoletani, una connotazione dispregiativa. Ma i napoletani sono legati alla loro maschera, e il sarcasmo altrui non di rado genera orgoglio. Pulcinella tra miseria e furbizia, apparente asservimento ai potenti e diabolica intelligenza utilitaristica è presente, in modo esplicito o latente, nella vis comica di molti artisti napoletani e non di rado la sua maschera è stata accostata a figure come quella di Totò e Massimo Troisi.
La maschera partenopea di Pulcinella ha in sé forti ambivalenze, è sospesa tra buffa cialtroneria e geniale praticità e diviene facile bersaglio di invettiva antimeridionale quando è letta come simbolo di scaltrezza truffaldina e
servilismo. Ma Pulcinella è anche simbolo di rivolta contro le ingiustizie, coscienza critica di uno sviluppo a senso unico dove i potenti sono sempre più potenti e i disgraziati sempre più disgraziati. Benedetto Croce aveva acutamente osservato: "Pulcinella non designa un determinato personaggio artistico ma una collezione di personaggi, legati tra loro soltanto da un nome, da una mezza maschera nera, da un camiciotto bianco, da un berretto a punta".
La maschera di Pulcinella lega la sua immagine al teatro seicentesco e settecentesco, alla Commedia dell'arte, luogo dell'improvvisazione su canovacci fissi, anche se le sue origini e i suoi caratteri buffoneschi risalgono alle arcaiche maschere atellane. Nell'Ottocento la maschera in camicione bianco e cappello a punta subì una vera e propria trasformazione con il grande Antonio Petito, il re dei Pulcinella, che ne cambiò caratteri e ne trasformò l'indole. Pulcinella abbandona le vesti di macchietta stupida e ignorante e diviene arguto spirito critico e rappresentante della plebe napoletana, da sempre oppressa dai potenti, affamata e non incline ad omologarsi a valori a essa estranei.
Totonno ‘o pazzo, così veniva chiamato Antonio Petito era figlio d'arte. Il padre Salvatore, anch'egli interprete di Pulcinella e la mamma Giuseppina D'Errico, "donna Peppa", maestra del teatro dei pupi e delle "guarratelle", gli trasmisero passione e mestiere, ma furono la sua straordinaria sensibilità culturale, ancorché l'attore fosse semianalfabeta, ed una innata straordinaria capacità istrionica, a farlo diventare "il re del San Carlino".
Antonio Petito fu inconsapevole riformatore della farsa e musa ispiratrice della grande generazione di drammaturghi che da Scarpetta a Eduardo hanno consacrato Napoli come laboratorio teatrale permanente nella cultura nazionale ed europea.
La trasformazione topica operata da Antonio Petito nella rappresentazione del suo Pulcinella addirittura capovolge il valore di buffoneria in quello di testimonianza, e forse di militanza.
Il Pulcinella di Petito diventò secondo Enzo Grano, "un simbolo delle aspirazioni popolari e finì per insegnare al proletariato ad avere un nuovo rispetto per se stesso ed una serena coscienza dei propri doveri". Altro che servo sciocco! Totonno ‘o pazzo interpreta una maschera solo apparentemente buffonesca, un Pulcinella testimone sociale e portatore di una malinconia esistenziale che sottende ogni spirito clownesco. Scrive Roberto De Simone: «Pulcinella è la maschera per eccellenza del mondo popolare campano, una maschera che si riferisce innanzitutto all'espressione della morte. Valenza di morte, ha l'abito bianco, confezionato con le lenzuola, un camicione completato dal coppolone o cappello a punta, pure di stoffa bianca; valenza di morte ha la maschera che copre il volto. Una maschera nera che si può ribaltare in una coloritura bianca del volto ottenuta con farina o gesso, e che rende ancor più spettrale la maschera».
Petito rivoluziona i contenuti tipici della maschera napoletana, le sue commedie affrontano tematiche sociali sulla realtà partenopea di metà Ottocento. Certo non si può parlare di teatro impegnato, ma la comicità di Pulcinella diviene così delicata e nel contempo aggressiva che Antonio Petito non può affidare all'estro dell'improvvisazione le sue peripezie. Passa quindi all'utilizzo del copione scritto e trasforma il vernacolo arcaico, ingarbugliato e sgrammaticato in una lingua borghese, tracciando una linea di continuità con le pochades francesi.
Antonio Petito divenne instancabile scrittore di testi teatrali, da guitto da palcoscenico ad autore studiato e al centro di una vera e propria "questione filologica" che ha visto impegnati critici e intellettuali di primo livello tra cui Franco Carmelo Greco ed Ettore Massarese.
La riforma di Antonio Petito sviluppò il genere della "parodia". Il pubblico accorreva al suo teatro, il San Carlino, per rivivere in forma di spettacolo, eventi reali della vita della città, e Greco giunge ad affermare che Petito, attraverso la parodia, "allarga l'area di fruibilità di tematiche dalle quali gli spettatori teatrali, soprattutto gli analfabeti, ma non solamente loro, erano del tutto esclusi", e tutto ciò avviene nelle storie raccontate da una voce amica che racconta e dà chiavi di lettura dal punto di vista del popolo, la voce di Pulcinella.
Cantore lirico e popolare, drammaturgo raffinato e affabulatore amato dalla gente, Antonio Petito interpreta le caratteristiche che i suoi splendidi epigoni, Scarpetta e Eduardo, erediteranno in toto, il binomio formato dal talento e dal rigore, dal buffo e dallo studio maniacale sul dettaglio scenico e linguistico, prerogative che hanno reso immortale e forse irripetibile, l'esperienza del teatro napoletano del Novecento. Scrive Eduardo Scarpetta "Petito era capace di buttare giù una commedia in pochi giorni; ma per scriverla aveva bisogno di parecchie risme di carta, di parecchie dozzine di penne d'oca e di un litro d'inchiostro, metà per la commedia, metà per imbrattarsi gli abiti, le mani e la camicia..".
 
Espresso napoletano, agosto 2007