Raffaele La Capria. l'occhio sulla città

Raffaele La Capria, scrittore napoletano del 1922, è l'ultimo dei grandi maestri di quella generazione di intellettuali del dopoguerra che, con stili e prospettive affatto originali, percorsero sentieri artistici di respiro internazionale, ma furono sempre legati con un filo talvolta invisibile, talvolta cardine di trame complesse, alla città partenopea.
Nel romanzo più famoso di Raffaele La Capria "Ferito a morte" del 1961 le riflessioni ambivalenti del protagonista Massimo, sospese tra sogno e realtà, traggono una conclusione esemplare: "Napoli è città che ti ferisce a morte o ti addormenta, o tutte e due cose insieme".
Negli anni Cinquanta Raffaele La Capria lasciò Napoli seguendo l'esempio di altri giovani partenopei eccellenti, Giuseppe Patroni Griffi e Francesco Rosi. La città dava poche possibilità ai giovani talenti partenopei e Roma era pronta ad accoglierli. "Alle spalle avevo l'immensa palude della vita a Napoli, che rappresentava un futuro senza prospettive per chi voleva occuparsi di letteratura come me", sostiene La Capria in un'intervista rilasciata nel 2002 a Mario Cossini.
Ma Napoli è stata sempre presente nell'opera di La Capria, vuota e luminosa, fatua e trasparente, "sabbia mobile" per sprofondare e cristallino mare da penetrare.
Napoli e i suoi figli esprimono da sempre nell'arte e nella letteratura ambivalenza, passione sofferta. Ed è facile immaginare quanta desolata amarezza ha generato alle menti più sensibili la montante retorica di quegli anni cinquanta, ma anche dei precedenti, e forse ancora dei tempi nostri, tanto cieca e indifferente, compiaciuta e incapace di irrorare energie positive di rinascita.
Va quindi individuato un punto di frattura tra la Napoli capitale europea nel Settecento e la città derelitta e infernale descritta dalla Serao alla fine dell'Ottocento, dalla Ortese negli anni Cinquanta, o dai più o meno accreditati sociologi prestati alla letteratura degli ultimi anni,.
La svolta che ha invertito un senso di marcia non va solo cercata in eventi più o meno decisivi che tanti studiosi hanno ritenuto essere incipit della questione meridionale. Ma in una frattura dello spirito. E per Raffaele La Capria nell'Armonia perduta del 1986, opera da lui stesso definita "mitografia", il sogno di un'armonia solare e mediterranea tra storia e natura si è infranto quando il luminoso e astratto sogno della ragione si interruppe in quel fatidico 1799, anno della rivoluzione napoletana. " Un'Armonia solare e mediterranea, non lontana da quella che conobbero i greci, sì, qualcosa di simile, forse. In quell'Armonia tutto si teneva, Vico e Pulcinella, Napoli e l'Europa, le grandi idee e l'ultima canzonetta" . La rivoluzione napoletana e i suoi eroi borghesi furono spazzati via dall'alleanza tra plebe e nobiltà e quella stagione di speranza fu stroncata proprio dal suo popolo. Nella raccolta di articoli e brevi saggi "L'occhio di Napoli" del 1994 La Capria acutamente pone l'accento sull'incapacità della borghesia napoletana di risollevarsi da quella sconfitta, e "di affrontare il grande mare della modernità, cioè il divenire e il trasformarsi del nostro tempo ...". Il grande demerito della borghesia napoletana dell'Ottocento fu quello di abdicare al ruolo di guida culturale di progresso e di subire con atteggiamento connivente gli stereotipi di una cultura popolana dal finto "calore" e "colore"
Il colore e il calore, vessilli della plebe napoletana e per estensione della napoletanità tutta, diviene quindi solo alibi ad un'arguzia senza ethos, individualistica e utilitarista. Ancora dall'Armonia perduta "Quando si accorsero che quell'Armonia gli era comunque necessaria per sopravvivere, necessaria come l'aria che respiravano, i napoletani si misero a ‘fare i napoletani'. Fu così che essi furono spinti per istinto di conservazione e difetto di conoscenza a fingersi quell'Armonia Perduta; e la inscenarono e sceneggiarono, la enfatizzarono e proclamarono, finché non divenne una Recita Collettiva, capillare e pervasiva»
Eppure c'è chi ha tentato di conferire dignità, in passato e tutt'oggi, alla cialtroneria istrionica, quella che disegna confini ormai troppo labili con la barbarie sanguinaria.
La parabola narrativa di Raffaele La Capria costellata da romanzi e saggi si avvia nel 1952 quando la Bompiani, su segnalazione di Alberto Moravia, pubblicò "Un giorno di impazienza". Dopo un silenzio di nove anni venne alla luce "Ferito a morte", che ottenne il Premio Strega. In questo romanzo Napoli è sfondo esplicito o implicito, evocazione ed elemento connaturato della crescita di coscienze e di esistenze, di una generazione che si dibatte tra mondanità e travagli interiori, occasioni mancate e agitato disimpegno. Ed è presente anche una Napoli borghese che non ti aspetti, tra viveur e vitelloni. Francesco Compagna in quella borghesia individua i germi del "laurismo" degli anni Sessanta, epopea del dopoguerra napoletano. "C'è un fenomeno di infantilismo politico e di malformazione civica che per dieci anni ha dominato la vita cittadina estraneandola addirittura dalla vita nazionale.... I soggetti della speculazione politica sono stati quei personaggi e quegli ambienti dei quali in Ferito a morte si incontrano i campioni molto rappresentativi ... Sono i ‘cavalieravvocatocommendatori' per dirla con la stessa efficace espressione che si legge in Ferito a morte che hanno concimato e preparato il terreno sul quale è potuta fiorire la nuova classe dominante napoletana formata da coloro che La Capria chiama, con espressione non meno efficace, gli ‘appaltesportarmatori' ". Napoli è il rimpianto, forse essa stessa "l'occasione mancata" che punteggia l'avventura emozionale del protagonista Massimo, la "bella giornata di sole", il profumo del mare che accompagnò la giovinezza di Massimo De Luca - Raffaele La Capria, ( l'autore visse la sua infanzia a Palazzo donn'Anna a Posillipo ) ma nel contempo è "Foresta Vergine" senza speranza e fuori dalla Storia. Scrive Gene Pampaloni "Su Napoli esiste, come è ben noto, tutta una letteratura che sfrutta la sua leggenda di città facile, canora, irresponsabile in modo metafisico. La Capria non può che rifiutare di aggiungersi a quella letteratura"
La prosa onirica e introspettiva, gli echi mitteleuropei della narrazione, le strade intraprese in un leggero e mai intellettualistico sperimentalismo, la solida vena saggistica compongono un mosaico, un unico libro, come ama definire l'autore la propria opera, un occhio sul Novecento e i suoi travagli, e su una città che stenta a recuperare le energie per una nuova era.

Espresso napoletano, maggio 2007