Raffaele Viviani: un plebeo tra dramma e verità

Quanti gli attori, i registi e i musicisti figli d'arte? Molti superano i padri, altri li eguagliano, ma tanti sono visti con sospetto. Certo seguire una strada già segnata aiuta, diviene privilegio e l'essere preceduto dalla fama di un nome conosciuto e di una storia già scritta spesso vuol dire seguire con agio anche economico il proprio cammino.
Raffaele Viviani fu figlio d'arte, ma che eredità il padre gli lasciò a soli 12 anni! Raffaele padre, impresario teatrale, salutò tutti e se ne andò al camposanto lasciando a moglie e figli qualche povero attrezzo di scena e tanta miseria. E Raffaele ragazzino, Papilluccio, con la sorella Luisella andò in giro per circhi per sopravvivere, fino a far capire a tutti che di talento vero si trattava e oltre ad esser bravo guitto, le sue storie raccontavano la realtà. Dall'infanzia alla maturità Raffaele Viviani girò l'Italia con i suoi numeri di varietà, collaborò con Petrolini, sperimentò nuove forme comunicative contigue all'avanguardismo del tempo, ma il suo fu un varietà fintamente "leggero" e i temi che caratterizzarono la sua stagione più creativa, quella di drammaturgo, erano già presenti nei sui numeri. La famosissima macchietta dello scugnizzo compare già nel 1906 e si racconta che re Vittorio Emanuele III rimase esterrefatto dalla performance dell'attore.
L'anno di svolta della produzione di Raffaele Viviani fu il 1917: la disfatta di Caporetto indusse le autorità governative a vietare il varietà, troppo stridente la frivolezza del genere con la drammaticità del tempo, e ha inizio un percorso che si sostanzia con un numero incredibile di opere teatrali.
Dalla macchietta alla rappresentazione teatrale a tutto tondo, la creatività di Viviani è orientata ad una medesima realtà. Ma quale? Quella della plebe, dello scugnizzo non visto dagli occhi paternalisti e paludati del noioso buonsenso borghese, ma da quelli del "coro" narrativo che racconta se stesso. "Non mi fisso sempre una trama, mi fisso un ambiente; scelgo i personaggi più comuni a questo ambiente e li faccio vivere come in questo ambiente vivono, li faccio parlare come li ho sentiti parlare..." queste sintetiche sue battute ne delineano la poetica.
Ed ha ragione Enrico Fiore quando individua nella lingua e negli spazi una coralità quasi classica. Il dialetto di Viviani fu "aspro e feroce, insieme antichissimo e moderno, che non aveva più nulla né dei preziosismi letterari di Di Giacomo né del bozzettismo documentaristico di Ferdinando Russo" e ancora quando il critico, evidenziando la differenza fra il teatro di Raffaele Viviani e quello di Eduardo De Filippo, afferma che "l'uno è costruito ‘in esterni' e l'altro ‘in interni', l'uno assume come protagonista il coro dei personaggi e l'altro ripropone, pirandellianamente, la crisi del singolo personaggio antagonista nell'universo chiuso del perbenismo piccolo-borghese".
Viviani mise in scena la plebe, dandole un ruolo non di subalternità ma di antagonismo sociale e culturale, conferendo dignità al ruolo di scugnizzo prima e addirittura ipotizzando un processo di mobilità sociale e di riscatto miseramente fatto fallire dall'ineluttabilità del destino.
E un autore plebeo e che racconta la plebe, guarda caso fu stimato ed ammirato dal fondatore del teatro filosofico, perché Pirandello adorava Raffaele Viviani e la critica tutta del tempo esaltò la messa in scena in napoletano dei capolavori pirandelliani "La patente" (quella dello iettatore), "Pensaci Giacomino" e, in prima assoluta , "Bellavita". Tanti gli studi critici e i convegni su Viviani, da tempo le sue opere teatrali sono nei palinsesti dei teatri napoletani e non solo.
Ma molto merito per la sua valorizzazione va ad Achille Millo che con Marina Pagano mise in scena negli anni ‘70 il recital Io, Raffaele Viviani. Indimenticabile la straordinaria interpretazione di So' bammenella 'e copp' 'e quartiere dell'attrice partenopea.
Viviani fu autore totale, suoi i testi, sue le musiche, sue le regie, e le interpretazioni, e la sua opera ricca di passionalità, è al contempo sobria e non indugia in fastidiosi fatalismi.
Che fatica rintracciare nel passato recente di Napoli, quello post-borbonico per intenderci, i semi di una civiltà sospesa tra fasti e miserie, quando le seconde inglobano i primi, quando la divaricazione tra signori e plebe assume le forme di un'antinomia sudamericana tra city e favelas.
E solo una prosa naturalista, che sembra prender stilemi ed intenzioni dai capolavori del romanzo francese dell'800, ci aiuta a comprendere per interpretare e progettare percorsi sociali ed esistenziali non consolatori ma neanche nichilisti. Quando tale prosa diviene teatro, magica rappresentazione allora si capisce che teatro e letteratura riescono a raccontare senza narrare il quid da cui partire per penetrare i misteri e le contraddizioni di una città. L'opera di Viviani è immensa, infaticabile autore si collocò come scrisse Matilde Serao in posizione altra e non mediana tra la pochade scarpettiana e il teatro colto di Di Giacomo.
"Cosa succede nella vita teatrale di Napoli? Da una parte il palese o nascosto insuccesso dei teatri d'arte ormai logori il cui repertorio consiste in pochi lavori che non si sa bene di cosa parlino, dall'altra la moda dei rifacimenti drammatici. In questo deserto il teatro di Viviani presto trova la sua strada. Ed esso andrà lontano perché si rivolge ad uno spettatore capace di comprendere ed apprezzare le nuove forme ed un più alto livello di teatro, in continua evoluzione".
Napoli oggi onora e celebra i suoi artisti, quelli che di Napoli ne furono talvolta accondiscendenti cantori, e quelli che furono testimoni drammatici del vero. E con alcuni forse eccede per infantile campanilismo. Viviani fu nominato Grande Ufficiale della Corona d'Italia. Racconta la figlia Yvonne di una lettera del 1931 del senatore Nicola Romeo a Viviani - «Indovinate chi vi è contro? Napoli (e non posso esprimermi altrimenti), la città natale, quella che dovrebbe piangere di gioia, non sente l'orgoglio del figlio che si afferma nel mondo. »

 Espresso napoletano, giugno 2006