Sergio De Santis. Macerie cittadine

 

 

Napoli è città ingombrante nella letteratura italiana dell'ultimo mezzo secolo. E ancor più nell'ultimo decennio. Il legame con la città di chi vi nacque o di chi con lei entrò in contatto non occasionale aleggia esplicito o in sordina, talvolta con piglio sociologico, talvolta con rarefatta leggerezza. Napoli, vivisezionata o oniricamente simbolizzata, a volte è fardello, a volte è fonte ispiratrice plurale, quasi tema per esercizi di stile. E' un passaggio obbligato per chi scrive e da Partenope fu contagiato e folgorato, inquinato e determinato.
L'ultimo decennio ha posto Napoli in un'inevitabile sovraesposizione. I suoi destini e i suoi crucci sono al centro del mondo. L'universale condanna alla città, percepita quale riserva antropologica sommersa dal sangue e dai rifiuti, spazza via tutti i toni medi. Le epoche povere di cultura, si sa, sono in bianco e nero, un manicheismo d'accatto riduce la storia a bene e male, buono e cattivo, sviluppo e dissoluzione, appiattendo il tutto ad una fatale semplificazione: Napoli è la monnezza del mondo!
Come è possibile che una letteratura partorita all'ombra del Vesuvio possa essere distaccata dal suo contraddittorio pulsare, appena un po' più problematico delle pragmatiche condanne a una città e ai suoi abitanti? E le penne di quegli scrittori che, con prospettive estetiche affatto originali, compongono miriadi di tessere per la composizione del mosaico di Partenope, per quale arcano artificio potrebbero essere liberate dalla peculiarità che le anima? Fabrizia Ramondino nel Manifesto contro la definizione ‘scrittori napoletani' insorge giustamente contro quella che potrebbe apparire una diminutio, un tentativo di relegare in ambiti provinciali esperienze culturali di dimensione europea, ma forse sottovaluta che quella apparente etichetta localistica è una caratterizzazione, un elemento di distinzione. Garcia Marquez è indiscutibilmente scrittore sudamericano, e fa niente che il Sudamerica è più grande di Napoli.
Erri De Luca ama definirsi da Napoli e non di Napoli, ma fino a che punto in Cronache dalla città dei crolli di Sergio De Santis, in Giùnapoli di Silvio Perrella, in Nel corpo di Napoli di Giuseppe Montesano, in Non avevo capito niente di Diego De Silva, in Montedidio di Erri De Luca, e in Napoli ferrovia di Ermanno Rea, la città è scenario immobile di vicende ed emozioni, e non è essa stessa volto caleidoscopico inafferrabile e quindi "topos" letterario?
Cronache dalla città dei crolli di Sergio De Santis è uno dei libri più originali degli ultimi anni scritti da autori di questa immaginaria "scuola". Nel romanzo Napoli, mai citata, è luogo del futuro che si ispira al suo passato, è metafora di una civiltà in decomposizione che simbolicamente presta se stessa e le sue suggestioni per rappresentare luoghi di macerie e di "apocalisse" dai confini progressivamente ampliabili. La città dei crolli ci riporta in primis a Napoli, ma forse è l'Occidente o, più verosimilmente, il pianeta tutto.
Una città ormai rassegnata vede gradualmente crollare ad uno ad uno i suoi palazzi in cemento armato. Una misteriosa reazione chimica nell'atmosfera mina le fondamenta della città riducendo in macerie le sue abitazioni. In un'atmosfera che rievoca tragedie passate e remote di Napoli, il terremoto e il dopoguerra, con una narrazione agile e incalzante, viene narrata la storia di Schizzo, diciottenne orfano e accolto da una nuova famiglia composta dal buon Sante e dalla sorella Maria. Il contesto apocalittico della vicenda non può non insinuare turbamento nel lettore. Quante icone del progresso (il cemento armato una di queste) genereranno annientamento e distruzione? Lo sviluppo vorticoso dell'ultimo secolo non ha strumenti per avere consapevolezza di impatti futuri. Quante scelte di oggi rappresenteranno la distruzione del pianeta futuro e dei nostri epigoni? L'allarme "ecologico" è solo marginale in Cronache dalla città dei crolli. La regressione sociale cancella ogni barlume di civiltà, ai crolli materiali seguirà la disfatta di un già debole tessuto di relazioni umane, e saccheggi, violenza e sopraffazione regoleranno i rapporti tra gli uomini. Con l'avvento di un'epoca di nuova barbarie verrà cancellata ogni traccia di ethos e, sempre più deboli e stanchi, i valori di solidarietà e affratellamento di specie saranno lentamente destinati a soccombere. Ma crolli e distruzione non mineranno le rigide gerarchie economiche e sociali della metropoli, la tragedia che attanaglia gli abitanti della città che crolla conserva intatti i suoi connotati di classe. I quartieri bene non perderanno il loro "bon ton" nella disgrazia, e i ricchi riusciranno a conservare e ad alimentare le gerarchie sociali trasformando come sempre le abituali "appropriazioni indebite" in diritto naturale, allargando il solco tra perbenismo e nuova plebe. Il protagonista del romanzo, Schizzo, giovane dai buoni sentimenti ma senza storia e bagaglio esperienziale, ben adatta la sua vita tra caverne e macerie, vive il suo presente con naturalezza, non è testimonianza del passato e di conseguenza non ne viene paralizzato. Nel romanzo la narrazione, veloce ed asciutta, si muove su due livelli paralleli. L'inquietudine esistenziale degli abitanti per un progresso cieco e senza disegno diviene "transfert" antropologico, oltre che misurata denuncia, spunto di riflessione e implicita ricerca di una strada da intraprendere, anche se solo per legittima difesa. E se Silvio Perrella evidenzia che " con questa allegoria del Sud De Santis dà forma e sostanza a un'emergenza conoscitiva ed esistenziale", per Raffaele La Capria il libro "ha una dimensione antropologica, c'è la caverna primordiale e gli uomini della caverna: solo che la caverna è Napoli." La Napoli nascosta tra le righe del romanzo di De Santis anticipa i destini apocalittici di ogni metropoli, e proprio perché da questa prospettiva il pericolo della dissoluzione appare più nitido, è da questo luogo che potrebbe essere più semplice inventare strade nuove, idee e passioni che impediscano tragici epiloghi. Prima che sia troppo tardi.

Espresso napoletano, maggio 2008