Silvio Perrella. Giù Napoli

 

La letteratura non è cronaca. Narrazioni ambedue nobili, talvolta intersecano le loro strade, si lambiscono e si contaminano. Alla letteratura non si chiede la certosina ricostruzione della realtà, ed alla cronaca non è necessaria, e talvolta risulta anche irritante, l'invadenza del redattore, dei suoi stati d'animo. Che poi la cronaca può divenire spunto per la letteratura è altro discorso, affascinante quando la superficie dell'evento diviene caso esemplare, analisi politica, ricerca antropologica.
Napoli nella sua storia recente ha vissuto e vive frequenti momenti di tragedia: colera, terremoto, camorra e spazzatura, hanno rappresentato e rappresentano spesso slogan sintetici, totalizzanti, lessico simbolico da esportare al mondo e da imprimersi come coscienza del sé autofustigante, umiliata rappresentazione di barbarie. Atteggiamento pericoloso e masochista quanto patetico e irritante è la galleria del senso comune, protesa alla compiaciuta esaltazione di sole e mandolino, Posillipo e Mergellina, "Simm ‘e Napule, Paisà". Retorica che fortunatamente scompare nel dimenticatoio, o nel letargo nell'acuirsi del dramma, ma che purtroppo è pronta a risvegliarsi appena contingenze drammatiche allentano la morsa, e la storia tanto vorticosa della città elabora i suoi lutti e esorcizza le sue disgrazie.
Quante città al mondo possono vantare un alternarsi tanto disinvolto di percezione del sé da identificarsi una volta come inferno e una volta come paradiso? Strano destino vive Napoli: una città perennemente al bivio che conduce all'inferno e al paradiso, ignora con supponenza le strade che conducono alla normalità.
E' forse nei momenti più tristi che una città rivolge il suo pensiero ai maestri che la amarono e la raccontarono. Gli scrittori partenopei negli ultimi due secoli hanno intrattenuto con la loro città una relazione da psicoanalisi tipica del rapporto padre figlio.
Cominciarono Mastriani e la Serao a urlare di dolore, e molti unirono la loro prosa e poesia per affondare coltelli in ferite sanguinanti con lo stesso ardore di chi tenta di estirpare le infezioni e liberare il corpo e l'anima da ciò che solo temporaneamente, e non per colpa sua, è impedimento a grandezza e magnificenza.
Quando Annamaria Ortese chiamò con ambivalenza di sentimento e di giudizio la generazione degli scrittori a Napoli negli anni Cinquanta "giacchette di Montedidio", Domenico Rea, Luigi Compagnone, Raffaele La Capria, Michele Prisco e i loro compagni insorsero al pensiero di una Scuola napoletana, affermando giustamente prospettive estetiche affatto originali e, per scrollarsi di dosso un'etichetta, finsero pure di litigare fra loro. Ma le loro pagine erano indissolubilmente legate ai profumi ed ai cattivi odori di una città, all'orgoglio e alla vergogna di partecipare ai destini sfuggenti e incomprensibili di un luogo che sembrava crogiolarsi nella dicotomia inferno - paradiso.
Dopo un ventennio di silenzio, o di immobilismo della ragione, che è testimoniato dalla mancanza di voci nuove che se non altro affiancassero le parabole discendenti dei maestri degli anni Cinquanta, negli ultimi anni si è rafforzata l'idea di una scuola napoletana, quasi concorso a tema su cui intellettuali e sociologi, economisti e politologi compongono trame diverse, ma unanimemente convergenti "sul pezzo", sulla contingenza di turno. E la criminalità organizzata, la napoletanità becera è stata il modello da ritrarre, la traccia per eseguire il componimento. Per quanti anni ancora dovremo sopportare l'identificazione di una città complessa ed articolata, come tutte le creature sociali del mondo, condannata ad una reductio ad unicum che la identifica con la sua parte peggiore?
E tra tanti pamphlet giustamente aggressivi, pronti alla denunzia, che pongono con forza il "caso Napoli", fortunatamente non manca qualche voce più immediatamente letteraria, che pur non vivendo sospesa nell'aristocrazia culturale, ma che è pienamente immersa nella realtà talvolta miserevole, eleva il tono e non semplifica il tutto alla rappresentazione di una città infernale.
Giùnapoli di Silvio Perrella è un bel libro pubblicato nel 2006, poco prima che esplodessero i casi letterari che hanno posto Napoli al centro del business editoriale. Perrella è un critico letterario siciliano che vive da molti anni nella nostra città, e oggi è presidente della Fondazione Premio Napoli. Giùnapoli è un libro tenero e schietto, di chi sembra volerci guardare con occhi benevoli di ospite per caso, ben cosciente di essere il figlio adottivo più premuroso e affettuoso, napoletano per scelta e non per obbligo, senza tutto il livore furioso di chi di questa città si è sentito vittima o profeta inascoltato. Ma Silvio Perrella non è un distaccato signore incapricciato da un ottocentesco innamoramento, non è ospite nordico di un Grand Tour fuori dal tempo ammaliato dai profumi e dal calore. Perrella è uomo del Sud, palermitano di nascita, catanese in fanciullezza, napoletano nella formazione e nella maturità. E l'eleganza stilistica e la discrezione di chi è accorto a non voler colpire duro, non trasforma la sua narrazione in un'edulcorata rappresentazione della città. Con Napoli Perrella è in un continuo colloquio, ed è un dialogo tra coscienze, quella di un uomo e le sue emozioni, quella di una città che assume volta per volta i panni del cialtrone, del violento, dell'elegante sensibilità, della malinconia. "Giù Napoli" è un singolare modo di denominare il centro storico della città da parte degli abitanti delle zone collinari. E da questa talvolta incomprensibile espressione Perrella trae il titolo del suo lavoro. Ma il flusso dei pensieri dell'autore si materializza in vari quartieri della città, centrali e periferici, dai quartieri spagnoli a quell'indefinibile microcosmo della collina dei Camaldoli, così dentro la città, e talvolta così sospesa nel tempo e nei ritmi quotidiani, così fuori dalla storia. E Napoli allarga il suo battito cardiaco ben oltre i suoi confini comunali. Nelle sue splendide coste a sud e a nord, nell' incantevole baia di Misero, luogo mediano tra bellezza primordiale e cenacolo culturale nelle soleggiate domeniche fuori stagione. In Giùnapoli Perrella parla di incontri per lasciarsi avvolgere dalla città senza riguardi e senza retorica. Dalle esperienze dure della metropoli violenta, che a Napoli prende forme ancora più insopportabili per la sua gratuita arroganza, alle intense discussioni con i maestri, Raffaele La Capria su tutti, e alle chiacchierate filosofiche con i suoi compagni di strada e con l'amico scrittore Sergio De Santis. Il colloquio si snoda fitto e intenso, reale ed immaginario, con Ermanno Rea e il clima cupo e noir del dibattito politico degli anni cinquanta e con chi non può più raccontare, come Striano e l'esile Lenoir, la Pimentel Fonseca di "Il resto di niente". La vita dello scrittore siciliano è errante, il lavoro del padre lo conduce ad una sorta di nomadismo che apparentemente lo pone in una condizione di uomo senza terra, per poi divenire uomo dalle mille radici, nei luoghi che vive fisicamente, e nei luoghi del suo ricordo e delle sue suggestioni, Napoli come Palermo, Napoli come Valencia, Napoli come Madrid, o semplicemente Napoli come Napoli. Giùnapoli è anche la narrazione di ricordi di una generazione che rivendica con affetto e senza retorica i suoi miti e la sua identità culturale accarezzata dalle note di Palepoli, disco degli Osanna, ottimo gruppo musicale napoletano degli anni settanta, dalle chitarre e le batterie suonate nelle cantine della città, e perché no, dal rombo delle motociclette che a livello inconscio richiamavano il sogno "on the road".
Le frasi conclusive del libro di Perrella confermano un sentimento austero e severo, ma che guarda al passato e immagina un futuro che non può fermarsi ad un freddo e spietato reportage di piaghe inguaribili che non danno scampo. Per combattere una semplificazione che rischia di uccidere per sempre questa città. "Certo che a Napoli bisogna abituarsi, ma ci si abitua a lei solo se la si ama. Non è più dunque la città che ti ferisce a morte o ti addormenta? E' quella, ma è anche altro, altro, altro."

Espresso napoletano, giugno 2008