Un lirico dalle emozioni partenopee

 

 

 


 

 

Salvatore Di Giacomo, menestrello di colori e sentimenti partenopei, era uomo schivo, poeta sopraffino, giornalista e novelliere e autore di opere teatrali che Croce non esitò a definire tra "le pochissime del teatro italiano contemporaneo, le quali appartengono al mondo dell'arte".
I suoi versi , musicati da Tosti e Costa, hanno disegnato un modo di emozionarsi "napoletano" esportato in tutto il mondo. Passione e natura, dramma e amore, hanno dato vita a un genere, talvolta a un cliché. Attraverso la canzone napoletana, alle giustificate ma un poco lamentose lacrime degli emigranti in giro per il pianeta, questi versi hanno contribuito a delineare quel topos di napoletanità, orgoglio e fardello di una civiltà millenaria da cui Napoli, in un secolo travagliato, un giorno trae entusiasmo di rinascita e un giorno schermo e alibi delle sue nefandezze. Salvatore Di Giacomo sarebbe dovuto diventare medico, ma alla sua futura carriera fu fatale un macabro e divertente incidente. Come racconta in una pagina autobiografica pubblicata nell'Occhialetto di Napoli nel 1886, durante una lezione di anatomia la scena di una scivolata di un bidello, Setaccio, che gli fece cadere quasi addosso i resti umani che portava in un secchio per far esercitare i futuri medici, lo mise in fuga dagli studi scientifici e lo spinse alla sua passione per l'umanesimo.
E delle lettere fu un cultore, filologo elegante, linguista accurato e la sua ricercatezza aristocratica rivendica un nostalgico sentimento di grandeur.
Ai maestri è dato un duro destino, dover rispondere delle idee e delle azioni di chi a loro si ispira, e Salvatore Di Giacomo fu maestro raffinato e colto. La sua vita fu all'insegna della ricerca, fu direttore della sezione Lucchese Palli della Biblioteca Nazionale di Napoli e fu appassionato polemista e sostenitore del teatro d'arte, e rifiutava la leggiadra ma superficiale comicità del grande Scarpetta, il teatro di intrattenimento, inseguendo nel pathos e nella scrittura i grandi maestri del ‘700.
Uno dei personaggi più famosi nati dalla creatività di Di Giacomo fu Assunta Spina, eroina disincantata e passionale, motore e vittima di una tragica rappresentazione dei disvalori di una popolarità passionale da comprendere, redimere ma mai compiacere.
Non c'è compiacenza nella sua prosa, e non è colpa sua se Assunta Spina diviene la fonte ispiratrice per le future "sceneggiate" dove coltelli e rese dei conti appaiono legittimi atti di giustizia per punire le infamità d' ‘O Malamente.
Destino amaro ma inesorabile! Quanti artisti, poeti e saltimbanchi, musici, macchiaioli e pennivendoli, furono ancora in vita e ancor più dopo, rosi dall'angoscia vanitosa del sentirsi incompresi! Ma anche qui la storia non mente del tutto, se mai a metà. Già perché quel che più disturba il genio, artista o scienziato che sia, non è l'oblio ma l'essere immortalato per una parte che egli ritiene marginale della sua opera. Da quando la sociologia prima e il mercato poi han fatto di un sol boccone l'estetica, da quando semplicità ed essenzialità oscillano tra scarnificazione della realtà, pura arte, occhio libero che penetra al di là degli stereotipi e banalità negli stucchevoli mercatini delle emozioni e della retorica d'accatto, l'analisi e il dato letterario scompaiono triturati dal mercato dell'usa e getta. Ma "Marzo: nu poco chiove/ e n'ato ppoco stracqua" e "Era de maggio", oltre a didascaliche esercitazioni a tema sui mesi e le stagioni, restano nelle voci nasali e tremolanti di verace commozione e lasciano segno indelebile, in un secolo partenopeo troppo incline all'autocelebrazione e all'autoflagellazione.
Salvatore di Giacomo scappava inorridito quando a fronte della sua vastissima produzione poetica e narrativa, teatrale e saggistica, era riconosciuto come l'immenso autore delle struggenti melodie in voga. Ma Salvatore Di Giacomo come illustre letterato fu preso sul serio, ed esaurito in attualità il filone di poeta puro incoronato da Croce e i suoi, rientrato di diritto come emblema della poesia dialettale con i suoi annessi e connessi nelle infinite disquisizioni sulla intraducibilità dell'opera d'arte, è riconosciuto urbi et orbi poeta lirico doc.
La sua poesia è musica, e tanto musicale si presenta che fu musicata davvero, e la finestra di Marechiaro diventa sentiero del turismo culturale, anche se un po' di meno, come il monte Tabor, evocatore di infiniti mondi leopardiani, e il sentiero che da San Guido a Bolgheri presenta cipressi personificati a colloquio con il Carducci..
Oggi la sua città per questo lo ama e lo amerà, per la finta semplicità dei suoi versi e delle sue canzoni, e ha ragione Antonio Ghirelli quando nell'introduzione del prezioso cofanetto della Newton che ne raccoglie l'opera parla di un uso del vernacolo "mediato sì dalla realtà popolare ma filtrato attraverso esperienze altamente sofisticate che vanno dai lirici greci dell'epoca di Saffo all'opera buffa dell'epoca di Paisiello, passando per la narrativa del Cortese e del Basile".
La cultura partenopea difende a denti stretti il suo menestrello, e ne ha ragione. Saranno pure canzonette, ma scandiscono inesorabili il plancton postunitario di una cultura millenaria al femminile e melodrammatica, sentimentale e sensista. Voce penetrante di una città dai troppi volti, la cui cultura, come sostiene Arturo Fratta, è sicuramente minacciata se non di estinzione quanto meno di omogeneizzazione nell'ambito del villaggio globale.

  Espresso napoletano, aprile 2006