..Una baia incantata

... Una baia incantata
di Bruno Aletta

(tratto da "Bagno Elena in Posillipo dal 1840"- ROGIOSI EDITORE


.. Se ti fermi a spiare quel chilometro di costa in una ventosa mattinata autunnale, dove la vita non si ferma, e sulla sabbia scura giovani si rincorrono con gesti fanciulleschi alternati a pose da "manager scafati", con cartelline lucide, camicie ben stirate e anfibi esagerati, i tuoi occhi cercano qualcosa che manca, quel ritocco fotografico che non inganna.
Cerchi le palafitte di Bagno Elena.
Già, perché tu quell'angolo di Paradiso ce l'hai stampato dentro le retine, e quelle buffe casarelle te le ricordi da quelle foto con le quali sei cresciuto.
Uno, cento, un milione di scatti fotografici, di tele o d'acquarelli da quel muretto inquadrano quello squarcio di cartolina, di scenografia, di castello di cartapesta su quelle onde che un giorno evocano pace, un giorno tristezza, due giorni passioni, qualche volta terrore ma sempre mistero.
E poi ti fermi a pensare che donn'Anna è gelosa di Elena o è sua complice, ed è lì che rompe l'orizzonte, impedendone la vista e proteggendo il corpo disteso della regina, come solo le regine sanno stendersi e che come la metti, di un chilometro di costa femmina si tratta.
Don Alfonso del ‘24, che in questo brandello di costa c'è nato bagnino e c'è pasciuto, parla e ti racconta, e nun se fide ‘e sta fermo, ma quelle parole allegre e malinconiche e qualche volta un po' sconclusionate diventano macchina da ripresa di un film d'epoca dove tra immagini a scatto, le didascalie interrompono la pellicola color seppia un po' sgranata, che racconta mandolini e nobildonne, pescatori e femmenielli, carrozze e disperazione, baci appassionati e rezze ammassate.
Don Alfonso il barcaiuolo, il bagnino, il tuffatore, don Alfonso istrione, incazzoso, sempre allegro, don Alfonso che va in letargo e che rinasce col calore che rincretinisce. Donn'Alfonso che racconta una, cento, mille storie, mischiando eventi, personaggi e tempo.
Ma don Alfonso non è un libro di storia, semmai di storie e di emozioni, e quello che ti resta è uno squarcio di umanità che pulsa in un secolo che non si è mai fermato, è la magia di una baietta, di Elena e donn'Anna, così diverse da marchiare una battigia e tante casarelle in una favola che ci appartiene, e che la rivivi tutta ... se ti fermi a spiare quel chilometro di costa su quello sfondo che non cambia, lenzuolo dipinto un po' accigliato, severo, immobile.
... Divinamente indifferente.

Anni Trenta, quel percorso del carretto verso l'autunno, con il lido smantellato, e le casarelle fatte a pezzi, chi lo sa perché proiettava nelle menti della brigata lo stesso film, le stesse sequenze di aprile, quando don Alfonso e i sui guaglioni facevano "o quatt ‘e maggio": già, un vero e proprio sfratto, riuniti baracche e burattini, e se va 'a fa' ‘a stagione.
Donna Clorinda no, a casa con le creature, la mattina scende dalla Torretta con la merenda per Totore e quella macchinetta di caffè che se non la tieni dritta e al riparo da vuttate, ti tocca risalire.
Ma quei pali, ben torniti e minacciosi, accatastati e quasi addormentati, che a tirarli dritti dieci braccia non bastano, diventano scheletro di presepe, fondamento di villaggio, luogo di vita. Le palafitte di Bagno Elena.

Il carretto sale le ripide rampe, ma la brigata non proferisce parola, intenta a condividere lo stesso film della memoria.
La Pasquetta del 1932, o forse del '33 e quell'acquazzone sembrava non bagnare le trecce di Caterina, che saltellava su quelle cataste di legna che emanano quell'odore che le sostanzia, e che è sempre lo stesso nel buio della grotta quando attendono in letargo l'ennesima primavera, quando in maggio penetrano i fondali facendosi spazio nella sabbia tra quelle rocce inviolabili, e quando in luglio accolgono filari di cozze da saccheggiare, da divorare con l'asprinio di don Giovanni, che dalle grotte di Parete a quell'angolo di paradiso conserva solo il colore, e manco quello.
La Pasquetta del 32, o forse del '33 e le cento braccia, e i battipali, e le urla ed il caldo, la pioggia e le bestemmie, e poi 'e chiuov ‘e bagne forgiati dagli zingari ad incatenare tutto, e poi le tavole.
"Guagliò currite ca Vicienzo s'è struppiat", la corsa al "23 marzo" e una ciaccata che poteva cavargli un occhio a Vicienzo, e che gli ha regalato invece quella faccia da pirata che scemunirà per altri vent'anni le guaglione di Posillipo.
Il villaggio prende forma, Bagno Elena è pronto per un'altra corsa, casarelle per maschi e femmine, bagnini e bagnine pronti alla partenza,

Sant'Antonio gira per i vicoli ad annunciare che la stagione pure quest'anno è cominciata, e le carrozze condurranno quei corpi stanchi e pallidi di contesse e marchesine a ricordarsi d'esser vive, che l'acqua salmastra fa salire i brividi al collo e il sole sa accarezzare anche tra mille palandrane.
Si guardano complici sotto le palafitte di bagno Elena, sotto gli sguardi severi e ossequiosi delle bagnine, donna Clorinda in testa, quasi a liberare, per degli attimi e senza saperlo, quel respiro che tratterranno in tutto il loro viaggio di "grandeur".
Al riparo delle palafitte, quali paraventi di intimità, le buffe solennità di giovani e anziane si mescolano a squittii di collegiali in fibrillazione, schizzi d'acqua e giochi infantili sono forse il preludio della fine di un mondo che già non c'è più.
"Donna Modestina non prendete freddo" e Peppino, che il metro a stento ha superato, prima aiuta la dama a salire le scalette, e poi sopra lo scannetiello poggia sulle spalle curve della nobildonna il lenzuolo di lino, ad asciugare non si sa cosa visto che quel costume zuppo manco un centimetro di pelle lasciava respirare.
"Guagliò vide addo' e a ì' ", troppo nobile donna Modestina per regalare un buffetto ed un sorriso al criaturo, e se da vecchiarella morde, all'età che il cuore si scioglie alle creature, che strega doveva essere all'età dei giovinotti?
Signore e signorine galleggiano giulive, che a vederle caricature di femmine appaiono e pensi che cento di loro non ne fanno una di quelle che con dieci piccirilli da sfamare, il sangue ce l'hanno, e come.
Sguazzano all'ombra delle palafitte e ridono e giocano nei loro scafandri che rendono goffa anche la leggerezza dell'acqua.

Ma donna Gabriella no, e l'atroce apposizione con cui le devote ancelle l'apostrofano non maschera una non consumata adolescenza infagottata di caricatura principesca.
Donna Gabriella no, lei guarda con distacco quell'impacciata schiera, con un'austerità mista a timidezza che vuole urlare a chi non può capire che i patimenti d'amore non sono roba da plebe e che ammazzano solo i cuor gentili. Se ne sta lì attaccata ad un palo con un pallore che il sole più focoso non violerà.
Luglio del ‘35, il giovinotto del palazzo accanto l'ha vista scendere di casa attorniata da quel codazzo di protettrici e asfissianti guardie del corpo, del suo corpo, e prende lenzuolo e casto costume fino a quel luogo dove non la potrà neanche vedere l'esile Gabriella al bagno.
Maschi da una parte e femmine dall'altra, ma all'acqua non si può dar confini, scorre e mette in comunicazione i due guaglioni, nei cervelli, nella pelle e nella fantasia.
"Donna Modestina non prendete freddo: venite a riposarvi ca' oggi arriva o rrè".

Si è lavorato sodo oggi a Bagno Elena, il palco è pronto e chi ha faticato di più adda scumparì ca' arriva o rrè.
Coppa Lysistrata, l'approdo è a Bagno Elena.
Ognuno la chiama con un nome la Lysistrata, e non solo il nome è complicato, ma c'è chi giura che Sistrìta è una barca, chi pensa alla femmina che accompagna il re, ma le congetture etimologiche durano un soffio, che i guaglioni con le facce viola dalla fatica stanno arrivando, accompagnando con urla virili e disumane, le ultime bracciate per la gloria.
L'arrivo della regata, le urla dei vincitori.
Quando li vedi queste statue di vitelloni ben pasciuti dopo la regata ad alzare quella bella coppa vicino al re corto, pensi che lo vogliano sfottere, e invece il cuore batte forte pure a stringere la mano al gerarchetto sul palco. E don Alfonso ragazzotto dalle braccia forti chiude gli occhi e si vede alzare la coppa che lui con i remi ci sa fare e mo ‘ca cresce, a lui signorine e contessine faranno tutte quelle smorfie.
Quella giornata del ‘35 donna Gabriella se la ricorda, quando tra la folla che la nasconde cerca gli occhi di Michele che pure la guerra sarebbe andato a fare ma lei non lo sapeva ancora.

La guerra si porta via i guaglioni, e le casarelle non sono battute dal mare, e don Alfonso, barcaiolo senza barca guarda donn'Anna grigia e austera che invece che la costa sembra fissare l'orizzonte, quasi ad aspettare insieme alle signorine quei guaglioni che inghiottiti da treni e camionette, chissà perché ma solo dal mare te li immagini tornare.
Il vento asciuga gli occhi secchi di Gabriella, proprio ora che comincia ad esser per davvero donna, nessuno più donna Gabriella la chiama.
La guerra si porta via pure donna Modestina che saluta tutti e solo prima di chiudere quegli occhi severi e troppo pii, quasi vommocosi, è folgorata dalle fiamme dell'inferno.
Sputa in faccia chi commisera il suo letto e grida, donna Modestina. Vuole i suoi guaglioni, che gliel'hanno assassinati, e quello scugnizzo, Peppino, che le asciugava le spalle a Bagno Elena, e che lei gratificava solo con la sua regalità se lo vede avanti agli occhi con la faccia conficcata nel fango. Ce l'ha mandato lei alla guerra, ce l'ha mandato lei a morire, chè era nei suoi salotti che l'orgoglio patriota mangiava cioccolatini conditi di vermutta.
Ma Michele il mare glel'ha ridato a Gabriella, e Michele se la tiene stretta da quei mericani sempre mbriachi, ora che maschi e femmine nuotano fino a donn'Anna senza che donna Clorinda si incazzi.
Ma che spavento quella volta sulla barca di don Alfonso!
All'inizio il nocchiero di Posillipo guardava con tenerezza Gabriella e Michele sulla barca da Margellina allo scoglio dove poi è meglio andare a nuoto che vestiti e caccavelle ce li porta lui.
Don Alfonso aveva vigilato, voltato dall'altra parte, sulle carezze e le smorfie dei giovani in amore, ma ora non aveva occhi che per Ciruzzo, quattro anni nel '52, che il mare sembrava che se lo portasse, ma che invece lo molla subito tra le braccia del Caronte buono, quella volta che pure Michele s'era buttato, e in due dettero tanti di quegli schiaffi all'onda bastarda, che quella impaurita consegnò senza fare tante storie Ciruzzo sano e salvo. Poco ci mancava che Ciruzzo si spezzasse tra quei bicipiti d'acciaio tanto era la foga di riportarlo al seno di mamma Gabriella mezza morta.
Quella volta strilli e svenimenti fecero la bella coreografia sul salvataggio, che solo se si dormiva il criaturo affogava, ma tant'è che nonna Gabriella al ricordo sbianca ancora in volto quando la incontri oggi, e che Dio la conservi ancora altri cent'anni, sulle palafitte di Bagno Elena.

Anni Sessanta, l'orchestrina nella sala di velluto rosso in mezzo al mare fa risuonare note stanche, e le signorine ballano tra di loro e i giovanotti le sfiorano con gli occhi, chè la sera è più pudica del giorno, chè la sera le mamme di Bagno Elena non abbassano la guardia, ma lo sanno pure loro che le tragedie e le passioni si consumano a mezzogiorno, dove amori e tresche si celano tra gli schizzi delle creature e i sospiri si confondono nello squittire pettegolante delle dame posillipine.
Negli occhi di don Alfonso scorre la pellicola di quasi un secolo, che pure i femminelli dal Savoia si erano trasferiti al Bagno Elena!
Quante volte don Alfonso si è fermato a parlare con Donn'Anna, a penetrare quelle pareti e a rivivere le storie e le storielle del mistero. Ma donn'Anna è sua amica e a lui non ha mai fatto paura.
E quando il mare si incazza sul serio, le notti a riparare i danni, che domani ci sarà bonaccia.
E a Ciruzzo non lo riesce a chiamare dottò, ma dottò lo chiama quando colla gente importante scende in giacca e cravatta da aprile a maggio all'ora della controra, chè gli ha sempre salvato la vita, o no?
E donna Modestina se la ricorda appena, e gli scannetielli e i battipali: buogiorno dottò, state tranquillo c' 'a signora ce penz' ì.
Se ti fermi a spiare in una ventosa mattinata autunnale quel chilometro di costa nudo dove i tuoi occhi cercano qualcosa che manca, quel ritocco fotografico che non inganna, scorre la tua storia, la storia di una collina, la storia di una città, la storia della tua vita ... tra le palafitte di Bagno Elena.

 

Si ringrazia la casa editrice "Rogiosi" di Napoli che ha gentilmente concesso la libera pubblicazione del brano proposto